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La malattia come messaggero di morte

Masaru Goto / World Bank CC

Photograph by: Masaru Goto Represented by: AsiaWorks Photography - Bangkok Tel: (66-2) 255 6850 Email: awp@loxinfo.co.th

padre Robert McTeigue, SJ - pubblicato il 29/10/15

"Mi ricorda che a questo mondo non c'è niente e nessuno a cui mi possa aggrappare indefinitamente"

“Ciao, andiamo tutti all’ospedale, sarà divertente!” Nessuno lo dice. Perché?

Non è solo una questione di immagini, suoni e odori poco gradevoli. Nel profondo di noi stessi, evitiamo gli ospedali – i depositi dei malati e dei morenti, dei feriti e dei sofferenti – perché quei corpi spezzati e quelle anime bisognose ci ricordano la nostra vulnerabilità. E per noi è insopportabile. Non vogliamo promemoria tanto vividi di perdite e dolori per noi inevitabili, seguiti alla fine dalla morte. Evitare gli ospedali è come passare fischiettando davanti al cimitero.

Penso a queste cose dato che di recente ho avuto qualche lieve problema di salute. Mentre mi preparo a trascorrere con i medici più tempo di quanto vorrei, so anche che per un po’, almeno, cari amici, i luoghi familiari e le cose più care saranno lontani da me. Sento le mie dita che mollano quello che preferirei tenermi stretto. E mi viene ricordato che a questo mondo non c’è niente e nessuno a cui mi possa aggrappare indefinitamente. Alla fine dovrò lasciar andare tutto e tutti. La malattia, anche una non terminale, può essere un’esperienza di povertà e un messaggero di morte.

Sono stato missionario nel Terzo Mondo, per cui posso dire di non essermi mai impoverito davvero. Non mi è mai mancato quello di cui avevo realmente bisogno. Ma ora che faccio fronte alle richieste più esigenti della mia salute, mi manca un po’ quello che preferirei di gran lunga: la gente, i luoghi e le cose che hanno reso la mia vita così ricca. Questa mancanza è una sorta di povertà, almeno in senso spirituale. Questa povertà è dolorosa, ovviamente, ma se si coopera con essa può essere anche redentrice. Libera uno spazio nel mio cuore e nella mia giornata che può essere riempito da Dio in modi nuovi. È un tipo di povertà che mi ricorda cosa posso perdere (persone, luoghi e cose) e cosa non posso perdere, nella fattispecie Dio. La povertà provocata dalla malattia è anche un promemoria del peccato, e un messaggero di morte.

A volte la malattia è provocata dal peccato. Ad esempio, se guido in modo spericolato e finisco per ferirmi. A volte non è colpa di nessuno; il corpo si spezza o si logora. La malattia può essere assimilata al peccato in questo modo: entrambi possono provocare una perdita. La malattia può provocare la perdita della vita mortale nel corpo, il peccato la perdita della vita eterna con Dio.

Quando si è malati e si sperimenta il dolore della perdita di amori umani e beni a cui si tiene, bisognerebbe anche pensare alla perdita più completa e catastrofica che si possa immaginare: la perdita appunto della vita eterna con Dio. Solo il peccato di cui non ci si pente può provocare quella perdita terribile e senza paragoni. Quando veniamo trascinati via da persone, posti e cose familiari e confortevoli e sperimentiamo il dispiacere di quella perdita, faremmo bene a pensare con stupore, orrore e speranza se affronteremo la privazione più totale di tutte, ovvero la perdita della vita eterna con Dio. Alla luce della possibilità reale di quella perdita ultima come risultato del peccato, che la Divina Provvidenza può ricordarci attraverso la povertà e la malattia, possiamo fare nostra l’esortazione di San Paolo per cui bisogna attendere alla salvezza “con timore e tremore” (Fil 2, 13).

Quello che ho imparato dalle persone che hanno sofferto in modo fruttuoso per malattie gravi o croniche è che ci sono momenti in cui occorre ritirare le mani da ciò che è familiare, e perfino dal futuro. Bisogna lasciar andare le risorse e i progetti che una volta si davano per scontati. Bisogna scegliere di concentrarsi solo sul presente, dove vanno trovati le grazie e gli inviti di Dio. Questo lasciar andare è una sorta di povertà, e si è costretti a imparare (o a reimparare) come pregare a mani vuote. Questo lasciar andare può essere una sorta di potatura, eliminando sia il peccato che i beni inferiori per far spazio ai beni superiori, e alla fine al bene supremo, che è la vita eterna alla presenza di Dio. Dio è così grande che può prendere tre messaggeri di morte – malattia, povertà e peccato – e usarli a nostro beneficio. Possiamo così fare eco a San Paolo, che ha scritto: “Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno” (Rom 8, 28).

Preghiamo per chi è malato, per chi lo cura e per chi lo ama, perché insieme possano trovare la saggezza e il conforto di Dio.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
malattiamorte
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