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Ma insomma chi ha vinto al Sinodo? Al Sinodo ha vinto l’accompagnamento

AFP PHOTO / GABRIEL BOUYS
CITE DU VATICAN, Vatican City : Pope Francis (R) speaks with a young couple after his general audience in the Paul VI hall at the Vatican on August 20, 2014. AFP PHOTO / GABRIEL BOUYS
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Ma allora chi ha vinto? Ci hanno raccontato che nel Sinodo si stava consumando una battaglia che manco quella ai campi del Pelennor nel Signore degli Anelli tra le armate della luce e quelle dell’oscuro signore, salvo che ovviamente non si capiva bene chi era dalla parte di Minas Tirith e chi da quella di Mordor. Però alla fine di questa epica battaglia cosa è successo? Alla fine cosa è cambiato?

La verità come al solito è totalmente diversa da come ce la raccontano, e chi legge la Chiesa con gli occhi dei giornalisti si condanna a non capirne nulla. Voglio provare allora a leggere insieme con voi la Relatio Synodi facendo finta di non aver letto niente sui giornali, stando sul documento così come è, proprio per non farmi influenzare da questo clima assurdo.

Innanzitutto dico che il documento è bellissimo, esteticamente e spiritualmente bello, tanto da poterlo usare come testo di meditazione e questa è già di per sé una novità interessante: i vescovi hanno abbandonato il linguaggio formale della metafisica e del diritto canonico ed hanno scelto invece i toni spirituali del pastore, più che come maestri hanno parlato come padri. Non è una novità assoluta, ma in materia matrimoniale è molto interessante, e visto che scopo del sinodo non è mai stato riformare la dottrina, ma rivedere la pastorale, il linguaggio pastorale è decisamente il più pertinente.

La prima parola della Relatio è la più bella: “Il mistero della creazione della vita sulla terra ci riempie di incanto e stupore” (par. 4) e questa a mio parere è la traccia fondamentale per interpretare tutto il testo: la famiglia è innanzitutto un mistero da accostare pieni di meraviglia e le regole che la Chiesa detta sul matrimonio hanno proprio il fine di preservare questo incanto, convinti come siamo che se smarrisce il senso del mistero l’uomo perde la parte più importante di sé. Non sembri blasfemo in questo contesto citare le parole di un cantante che è stato però anche poeta (Lucio Dalla): “ecco il mistero: sotto un cielo di ferro e di gesso/ l’uomo riesce ad amare lo stesso, ed ama davvero”.

Ridurre questo stupore ed incanto, questo inno di gioia al Dio che chiama l’uomo a collaborare al mistero della vita, questo tributo alla resilienza dell’amore contro ogni avversità sociale, economica, culturale e politica alle questioni di bottega tra una presunta schiera di conservatori e una altrettanto presunta di progressisti è umiliante innanzitutto per l’intelligenza di chi lo fa e mostra una durezza di cuore impermeabile a qualsiasi appello.

Naturalmente sarebbe da “anime belle” non rendersi conto che tutta questa bellezza è minacciata e non sarebbe né onesto né giusto verso le famiglie che patiscono fatica e sofferenza in mille modi diversi non intervenire per custodire, indirizzare e accompagnare, nei limiti del possibile, la loro lotta per conservare la bellezza loro affidata. Consapevolmente e con coraggio i vescovi si sono quindi calati anche in questa fatica, senza restarne estranei. Molte situazioni sono analizzate nel dettaglio e non a tutte si dà una risposta, perché spesso le situazioni sono così complesse che solo un paziente discernimento, che non può che essere fatto “caso per caso”, può renderne ragione. È questo il caso ad esempio delle coppie conviventi, dove la scelta di convivere, anziché sposarsi, può essere dettata dalle circostanze più diverse (par. 71), o quella dell’accompagnamento al Battesimo di adulti che abbiano alle spalle situazioni precedenti di fallimento matrimoniale (par. 75).

Proprio questa scelta di “accompagnamento” è a mio parere la novità più interessante proposta dal Sinodo, la “affettuosa condivisione” (par. 77) diventa lo stile della Chiesa e l’impegno dei pastori, dai vescovi fino a tutti i preti impegnati nel servizio pastorale, è quello di imparare la difficile “arte dell’accompagnamento”, che ovviamente non significa “fate un po’ come volete”, ma farsi carico delle difficoltà concrete delle coppie, senza calare dall’alto risposte precostituite, ma piuttosto mostrando come raggiungere concretamente l’ideale evangelico attraverso piccoli passi possibili. Era la strada mostrata già da S. Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio con la famosa distinzione tra “legge della gradualità” e “gradualità della legge”, distinzione non a caso richiamata anche dai padri sinodali nel par. 86, proprio per dire che quel principio deve essere la guida dei pastori nella loro azione di accompagnamento.

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