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Confessione e Comunione non devono essere come il bastone e la carota

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Questi sacramenti non sono semplici meccanismi di disciplina, ma mezzi di misericordia

La questione relativa a chi dovrebbe essere escluso dalla Comunione incombe sulla coscienza cattolica. È un argomento troppo serio per permettere di scendere in una meschina politicizzazione del sacramento. Parliamo quindi della spiritualità dell’esclusione e della reciprocità del sacramento della riconciliazione.

Molti cattolici percepiscono l’esclusione dalla Comunione in termini puramente disciplinari: qualcuno è stato cattivo, per cui a qualcuno non è permesso di scendere a cena. In questa cornice, la confessione diventa parte di uno schema punitivo – ci si deve abbassare formalmente per ottenere il permesso di riunirsi alla famiglia.

Questo porta a problemi enormi nei casi in cui a) la persona viene esclusa dalla Comunione sulla base della sua coscienza o b) la persona viene esclusa dalla Comunione sulla base di ferite profonde che richiedono una guarigione in un lungo lasso di tempo.

Non è che la punizione e la disciplina siano sempre negative, ma affrontare la Comunione e la confessione in questo modo riduce la prima a un premio per un buon comportamento e la seconda a un’arena di punizione e umiliazione.

Assente da questo concetto è la centralità di Cristo e della crocifissione. Il sacrificio di Cristo stabilisce un nuovo rapporto tra Dio e l’umanità; misericordia, guarigione, reciprocità, compassione e comunione diventano il nuovo paradigma attraverso il quale viene letta la legge divina.

Capire davvero cos’è in gioco quando a qualcuno viene negata la Comunione, o quando siamo chiamati a riconciliarci, richiede di considerare queste pratiche non solo come meccanismi di disciplina, ma anche come mezzi di misericordia. Ciò esige in primo luogo il fatto di comprendere il sacramento della riconciliazione come pratica reciproca tra il penitente e il confessore.

Uno dei grandi sviluppi dell’era attuale della Chiesa è stato il passaggio da un modello di clericalismo e patriarcato a uno di “soggiogazione reciproca”, per riprendere una definizione tratta dalla teologia del corpo di Giovanni Paolo II.

L’adozione del termine “riconciliazione” come alternativa a “penitenza” attira l’attenzione sulla reciprocità del sacramento. Diventa non soltanto un’arena in cui il penitente si inginocchia di fronte a un’autorità assoluta e riceve l’assoluzione, ma anche un luogo in cui l’autorità ecclesiale viene a contatto con la sofferenza e le lotte dei laici e capisce come praticare la misericordia. Il Catechismo insegna che ci sono due dimensioni del sacramento: la ricezione del perdono di Dio e la riconciliazione con la Chiesa.

Se la confessione davanti a Dio è un atto in cui il penitente è sempre nel ruolo del supplice, la riconciliazione con la Chiesa è più complicata e implica uno sforzo reciproco in vista del ripristino di un rapporto spezzato. Questo è ovvio, ad esempio, nel caso di qualcuno che ha subito abusi da parte dell’autorità ecclesiale, soprattutto se il sacramento della confessione è stato travisato per difendere gli abusatori o imporre il silenzio della vittima. Questo si applica anche, ad ogni modo, a circostante più ordinarie, in cui gli individui possono essere stati feriti o scandalizzati da altri cristiani o aver sofferto come risultato della trascuratezza pastorale.

Nel corso della storia della Chiesa, la confessione dei peccati ha fornito alle autorità ecclesiali un approccio non solo alla debolezza umana, ma anche alle necessità del proprio gregge. È chiaro che molti dei grandi sacerdoti-teologi della Chiesa (incluso Giovanni Paolo II) hanno permesso all’esperienza del confessionale di modellare la propria teologia. Nei documenti pastorali della Chiesa, i vescovi sono spesso alle prese con problemi presentati loro da penitenti che lottano con alcuni aspetti dell’insegnamento della Chiesa. È lì che la gerarchia viene esposta alle realtà della sofferenza umana, ed è lì che si affinano le pratiche di misericordia.

Non è eccessivo dire che il tono quasi di crisi che circonda il dibattito sulla ricezione della Comunione è collegato a un crollo della comunicazione tra i laici e la gerarchia, favorito dal diffuso abbandono del sacramento della confessione. Questo è in parte dovuto alla durezza di cuore del clero e in parte a un atteggiamento di sfida da parte dei laici. La soluzione di questo problema richiederà il tipo di rinuncia alle armi necessario per il successo di tutti i processi di riconciliazione.

Se consideriamo la riconciliazione uno sforzo reciproco, l’esclusione dalla Comunione può essere interpretata come parte di un rapporto piuttosto che come una punizione unilaterale inflitta al laicato dalla gerarchia. In poche parole, non ci limitiamo a ricevere la Comunione, ma partecipiamo ad essa. Quando chi in coscienza non può accettare qualche aspetto dell’insegnamento della Chiesa o della disciplina ecclesiale non si accosta all’Eucaristia, è fonte di dolore non solo per chi non si comunica, ma anche per la Chiesa. Il semplice atto di presentarsi settimana dopo settimana con le braccia incrociate per ricevere una benedizione è un modo per ricordare al vostro pastore che c’è qualche problema che non è stato risolto in modo adeguato. Non è solo un atto di esclusione, ma un invito a una maggiore assistenza pastorale.

 

Melinda Selmys è autrice di Sexual Authenticity: An Intimate Reflection on Homosexuality and Catholicism. Ha un blog su Catholic Authenticity.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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