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La DC, il Vaticano e l'Italia repubblicana

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 21/10/15

Atei devoti” e “Cattolici adulti” sono state due categorie che hanno caratterizzato il dibattito politico per diversi anni, ora anche quelle etichette sembrano superate dalla storia, cosa ne pensa

Marchi: Sì sono due categorie, lo premetto subito, che hanno a mio avviso scarso valore storico, ma che segnalano la difficoltà che la Chiesa italiana si è trovata ad affrontare nel momento in cui è entrato in crisi e poi è venuto meno il progetto storico della Dc. Anche in questo caso cerco di spiegarmi meglio. Se il Concilio Vaticano II, semplificando, segna l’ingresso della Chiesa universale nella modernità, l’arrivo al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II da un lato è una svolta “geopolitica” di impatto mondiale (e qui si aprirebbe tutto il discorso, che in questo frangente non ci interessa, del ruolo svolto da Wojtyla nella fine dello scontro tra i due blocchi) ma dall’altro assorbe, almeno in parte, anche la cesura che si sta verificando nel contesto propriamente italiano. Giovanni Paolo II incarica la Cei di trasformare la società italiana nel “laboratorio privilegiato di lotta alla secolarizzazione”. Il progetto è già evidente a Roma nel 1976 (Primo Convegno Ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana), si affina a Loreto nel 1985 (non a caso nel braccio di ferro tra “presenza” di Cl e “mediazione” di Ac, prevale la “Chiesa come forza sociale” della coppia pontefice-Ruini) e ha il suo acme a Palermo, nel 1995, quando esplicitamente si verifica la chiusura del cerchio e si esplicita la fine di qualsiasi opzione privilegiata nei confronti di uno specifico partito politico. Chiesa più libera? Chiesa trasformata in una sorta di “lobby” a difesa dei cosiddetti “valori non negoziabili”? Certamente, ma soprattutto Chiesa che si trova ad essere sostenuta dai cosiddetti “atei devoti” e criticata più o meno velatamente dai cosiddetti “cattolici adulti”. In realtà, e ritorno questa volta in maniera più diretta alla sua sollecitazione, “atei devoti” e “cattolici adulti” sono due spie del malessere e della difficoltà che la Chiesa italiana ha vissuto nel ventennio abbondante post 1992 caratterizzato dallo strano bipolarismo all’italiana e testimoniano di quanto nonostante il cosiddetto “progetto culturale”, anche la Chiesa italiana abbia sofferto della lunga crisi della DC. Se osserviamo bene le due espressioni certificano entrambe la crisi del laicato cattolico. La prima (“atei devoti”) vorrebbe rappresentare la sintesi di una gerarchia che per accreditare valori cattolici, incentiva la convergenza sulle proprie posizioni di “non cattolici”. La seconda (“cattolici adulti”) cela un desiderio di presa di distanza di una parte del laicato da ingerenze nel politico di natura clericale. Insomma in entrambi i casi l’impressione è quella di una Chiesa cattolica in affanno e non certo in posizione di forza.

Moro aveva intuito che la DC al potere permanentemente aveva compromesso la propria credibilità e perfino tradito se stessa: cosa rimane del pensiero democratico-cristiano oggi? Il popolarismo, il cattolicesimo democratico, hanno ancora spazio nella formazione dei giovani cristiani? Azione Cattolica, Fuci, Acli, hanno ancora un ruolo politico? E se non loro, chi?

Marchi: Del “pensiero democratico-cristiano” credo sinceramente che resti poco. Al contrario quella democristiana (in un’accezione larga e non esclusivamente limitata alle vicende politiche della DC) rimane una decisiva tradizione storica, fatta di credenti che hanno contribuito in maniera determinante a scrivere le regole istituzionali del nostro sistema repubblicano, che hanno condotto il Paese fuori dal secondo conflitto mondiale contribuendo in maniera decisiva a collocarlo nel fronte occidentale ed europeista. E quando parlo di “credenti” mi riferisco a chi ha scelto di testimoniare la propria fede con un impegno all’interno della Dc, ma anche di chi ha militato e operato nello spazio del politico e nelle sue articolazioni economiche e sociali del collateralismo democristiano. La profonda trasformazione delle nostre società europee ed occidentali, il prepotente processo di secolarizzazione e quello di individualizzazione hanno evidentemente contribuito al venire meno della centralità del richiamo religioso nello spazio politico. Questo non significa che da un lato la sfida dell’islam (che si tratti di una forma moderata o di espressioni potenzialmente totalitarie) e dall’altro i temi della bioetica così come quelli della rivisitazione del concetto di famiglia tradizionale o del fine vita, non abbiano addirittura dilatato gli spazi di confronto e di dialogo a proposito della dimensione religiosa. Quella della Dc, del collateralismo e delle filiere formative del laicato cattolico è però una storia conclusa e come tale dovrebbe essere studiata, rispettata e mai, assolutamente saccheggiata, per spingersi in parallelismi che a volte possono far arrossire, ma a volte addirittura, un po’ indignare.

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