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“Donna, che vuoi da me?”. Come interpretare queste parole dure di Gesù alla madre?

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I pellegrini in Terra Santa giungono nel villaggio di Cana, a sei chilometri a Nordest di Nazaret, e nella chiesa francescana leggono il brano giovanneo delle “nozze di Cana” (2,1-12), anche se gli archeologi sono inclini a ritenere che la Cana evangelica sia da identificare con un altro centro della Galilea. Ciò che imbarazza il lettore è, però, quella frase gelida che Gesù oppone a sua madre (citata ben quattro volte nel racconto con questo titolo), frase che in greco suona letteralmente così: Tí emoi kaì soí, gúnai, «che c’è tra me e te, o donna?». Per spiegarla partiamo dalla coda, gúnai, “donna”. Il titolo, di per sé, non è scortese, ma è un uso frequente nel rivolgersi alle donne anche parenti nell’antico Vicino Oriente, tant’è vero che nella scena della crocifissione, intrisa di tenerezza, Gesù si rivolge a Maria ancora così: «Donna, ecco tuo figlio!» (Giovanni 19,26).

A questo punto risaliamo alla frase che dev’essere anch’essa intesa tenendo conto degli usi linguistici antichi. Infatti, l’espressione «che c’è tra me e te?» è nota già nell’Antico Testamento, ove ha diverse sfumature nel suo significato. Può, certo, reagire a una molestia in modo infastidito: «Perché mi disturbi o mi fai questo?». Può, però, anche segnalare che non si vuole essere coinvolti in una questione, esprimendo un atteggiamento di disimpegno, di distacco da un gesto ritenuto non opportuno in quel frangente. Si deve, perciò, badare al contesto e alla stessa tonalità con cui la formula viene usata. Tra parentesi, oltre a vari passi dell’Antico Testamento, la frase ritorna anche nei Vangeli (Matteo 8,29; Marco 1,24; 5,7; Luca 4,34; 8,28).

Proprio Gesù ci indica la vera qualità di questa replica quando aggiunge: «Non è ancora giunta la mia ora». Ebbene, nel Vangelo di Giovanni l‘“ora” è il grande momento della morte, resurrezione e glorificazione di Cristo, fonte di salvezza per l’umanità. Gesù, allora, non si sottrae alla richiesta di sua madre, la quale tra l’altro è sottilmente convinta del suo ascolto («Qualsiasi cosa vi dica, fatela!»), ma vuole ribadire il significato vero del suo intervento. Egli si oppone alla riduzione del suo gesto a un atto prodigioso, ma lo riporta a quella categoria di “segno” sotto la quale Giovanni classifica i miracoli di Gesù, un “segno” che fa rivolgere lo sguardo al senso ultimo dell’opera di Cristo (la sua “ora” finale).

I miracoli non sono né atti clamorosi né pure e semplici risposte a una necessità concreta e immediata, ma devono essere agli occhi degli spettatori un simbolo di un evento superiore e trascendente. In questo caso il banchetto e il vino rimandano all’era messianica: è per questo che si tratta di un vino “ultimo” e “migliore” rispetto a quello che era prima sulla tavola nuziale. Ed è per questo che l’evangelista conclude il suo racconto così: «Questo di Cana di Galilea fu l’inizio dei segni operati da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2,11).

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