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Quando un vescovo cattolico battezzò il padre musulmano

Diane Montagna - Aleteia - pubblicato il 18/10/15

L'affascinante storia di fede, conversione e vocazione dell'arcivescovo Thomas Luke Msusa

48 presuli africani sono attualmente a Roma per partecipare al Sinodo sulla Famiglia.

Parlando del Sinodo con i vescovi dell’Africa, a volte emergono storie sorprendenti e bellissime sui loro Paesi, la loro cultura e anche la loro vita familiare.

Una di queste storie è quella dell’arcivescovo Thomas Luke Msusa, dell’arcidiocesi di Blantyre, nel Malawi, che si è convertito al cattolicesimo dall’islam.

L’arcivescovo Msusa, che ha 53 anni, è vicepresidente dell’associazione di 8 Paesi delle Conferenze Episcopali dell’Africa Orientale. È stato ordinato sacerdote dei Missionari della Compagnia di Maria, noti come missionari monfortani.

L’arcidiocesi di Blantyre è situata vicino al confine meridionale del Malawi con il Mozambico.

All’inizio di questa settimana, Aleteia ha parlado con l’arcivescovo Msusa della sua conversione e di quella del padre, che era un imam musulmano.

Eccellenza, abbiamo sentito che in Malawi molti musulmani si stanno convertendo al cristianesimo. Cosa ci può dire al riguardo?

È vero. Ho lavorato nella diocesi di Zomba per 10 anni, e ogni anno alla Veglia Pasquale nella cattedrale c’erano tra i 100 e i 150 adulti che entravano nella Chiesa. E nelle parrocchie ce ne sono altrettanti.

Ho chiesto loro come sono arrivati alla conversione. Hanno detto che è stato attraverso Radio Maria, che è molto potente nel Paese, molto potente. Queste persone ascoltano Radio Maria. Quando celebriamo grandi Messe, Radio Maria è lì. All’inizio, quando la radio non c’era, ascoltavano solo propaganda contro la Chiesa cattolica, ma ora hanno saputo la verità sulla Chiesa. È per questo che si sono convertite al cristianesimo.

A Blantyre, la diocesi nella quale mi trovo ora, accade lo stesso. Quando celebro le Cresime, trovo tra le 20 e le 50 persone della parrocchia che sono musulmane convertite al cattolicesimo.

Non è un problema nel nostro Paese. Nel villaggio dal quale provengo, il 99,9% degli abitanti è musulmano. Alcuni dei miei parenti sono musulmani. Mio padre era un imam.

Lei è cresciuto nella religione islamica?

A 7 anni ho lasciato la mia casa e sono andato in parrocchia perché volevo andare a scuola. Nessuno del nostro villaggio mi avrebbe aiutato, per cui sono stato in parrocchia. A 12 anni ho chiesto il Battesimo, e sono stato battezzato.

Poi ho chiesto al sacerdote: “Come posso diventare come lei?” E lui mi ha mandato in seminario.

Quando sono tornato a casa, i miei parenti e mio padre l’hanno saputo e mi si sono messi contro. Non mi avrebbero riaccolto a casa, per cui sono rimasto sempre in parrocchia. Non mi avrebbero ripreso con loro.

Grazie a Dio, però, sono stato ordinato. Per ringraziare Dio volevo andare a celebrare una Messa a casa, per cui ho chiesto all’anziano della chiesa locale e mio zio – che all’epoca già era cattolico – di organizzare una Messa all’aperto.

La gente rideva e si chiedeva quante persone sarebbero venute, ma alla fine è stata una celebrazione gremita. Sono venuti anche i miei parenti e mio padre, che mi ha detto: “Rifiutavo di permetterti di unirti a questa Chiesa, ma credo che ora probabilmente raggiungeremo il cielo attraverso di te”.

Lo ha detto mio padre, che era un insegnante dell’islam – un imam.

Anche suo padre si è convertito al cattolicesimo?

Quando sono diventato vescovo, sono tornato a casa e ho invitato le persone a venire. E mio padre, un imam, si è inginocchiato e ha detto “Ho bisogno del Battesimo”. Io ho detto: “Padre, per tutti questi anni hai detto che sarei andato all’inferno. Ora verrai all’inferno con me?” (ride)

La nostra formazione nella fede cristiana dura 3 anni, per cui gli ho detto: “Se vuoi diventare cattolico, devi formarti nel cristianesimo per tre anni”. Ha accettato, e nel 2006 l’ho battezzato.

Ora è molto anziano e molto malato. Quando tornerò in Malawi, dovrò andare a casa sua perché possa dichiarare davanti a tutti cos’è diventato. Andrò lì il 29 per portare pace alla mia famiglia. Noi seguiamo il ramo materno. Deve dichiarare che ha voluto unirsi a noi come cristiano, per cui quando morirà non ci saranno problemi per seppellirlo. Sarà mia responsabilità – nostra responsabilità come cristiani – seppellirlo con un funerale cristiano.

Per fare un altro esempio: all’inizio esercitavano pressioni su di me, dicendomi: “Ti allontanerai dalla nostra cultura”, ma ora il capo tradizionale mi ha dato un villaggio e mi ha reso capo. Curo 62 famiglie. Ovviamente come vescovo ho molte responsabilità, per cui il capo è ora mia sorella Christina. A volte, però, mi telefona quando ci sono delle discussioni e mi chiede di andare lì.

È un villaggio di cristiani o musulmani?

È un misto. Siamo insieme. Dopo il Sinodo sull’Africa [nel 2006], ho invitato le persone a unirsi, cattolici e musulmani. Celebriamo la Messa, ci riuniamo, mangiamo insieme. Dico loro: “Dimenticate i vostri problemi, oggi festeggiamo”. Iniziamo con la Messa, e risulta gradita. I cattolici che possono ricevono la Santa Comunione, e anche i musulmani partecipano. Aspettano quell’occasione ogni anno.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
africadialogo islamo cristianomulticulturalismotestimonianze di vita e di fede
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