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Il Sinodo, i matrimoni falliti e quelle tesi sull’eucaristia

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Vatican Insider - pubblicato il 17/10/15

Cosa dice il Catechismo della Chiesa Cattolica circa la ricezione del'Eucarestia?

di Gianni Valente

«Le persone soffrono perché i loro matrimoni sono rotti, non perché non possano fare la comunione». Così si è espresso in una recente intervista a un quotidiano italiano il cardinale   Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede, prendendo le distanze da chi insiste sull’opportunità di trovare le vie per ammettere al sacramento dell’eucaristia i divorziati rispostati. Nella stessa risposta, l’attuale titolare dell’ex Sant’Uffizio ha anche aggiunto che «Per noi il centro dell’eucaristia è la consacrazione, ogni cristiano ha il dovere di venire a messa ma non di fare la comunione. Concentrarsi solo su un punto non risolve niente».

Le affermazioni del Prefetto del dicastero dottrinale vaticano suonano piuttosto perentorie, quasi a voler liquidare questioni artificiose e stravaganti. Eppure, proprio quelle asserzioni sono da rileggere alla luce di alcuni insegnamenti fondamentali stabilmente definiti nella dottrina della Chiesa riguardo alla partecipazione dei battezzati al sacrificio eucaristico. Pronunciamenti che indicano in maniera concorde la ricezione del corpo e del sangue di Cristo come elemento essenziale – e non facoltativo – della piena partecipazione dei fedeli alle liturgie eucaristiche.

Basta prendere il Catechismo della Chiesa cattolica, steso sotto la supervisione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, dove il paragrafo 1388  ripete che «È conforme al significato stesso dell’eucaristia che i fedeli, se hanno le disposizioni richieste, si comunichino quando partecipano». Quel paragrafo cita in maniera distesa il passaggio della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla comunione sotto le due specie, in cui «Si raccomanda molto quella partecipazione più perfetta alla Messa, per la quale i fedeli, dopo la Comunione del sacerdote, ricevono il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio». Il paragrafo n.1389 del Catechismo, citando anche il Decreto conciliare Orientalium Ecclesiarum, aggiunge che «La Chiesa fa obbligo ai fedeli di “partecipare alla divina liturgia  la domenica e le feste” e di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, preparati dal sacramento della Riconciliazione. La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni».

L’obbligo di accostarsi all’eucaristia almeno a Pasqua, ribadito dal Catechismo della Chiesa cattolica, ricalca quanto prescritto nel terzo dei cinque Precetti generali della Chiesa: «Ricevi il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua». L’espressione  «almeno a Pasqua» – spiega sempre il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 2042 – «garantisce un minimo in ordine alla recezione del Corpo e del Sangue del Signore in collegamento con le feste pasquali, origine e centro della Liturgia cristiana». Tale punto fermo della prassi sacramentale e liturgica, a cui è tenuto ogni fedele cattolico, è richiamato nella sua semplicità anche nei libretti di larga diffusione in cui sono riproposte le preghiere e le pratiche fondamentali della vita spirituale e sacramentale del popolo di Dio, maturate nel corso dei secoli. Ma che la ricezione dell’eucaristia sia un elemento «non facoltativo» della partecipazione alla messa lo ripetono unanimemente anche grandi teologi e maestri di spiritualità riconosciuti dal popolo di Dio per la loro vivace intelligenza cattolica come don Divo Barsotti. Il grande monaco e predicatore toscano – che, tra le altre cose, insegnò anche teologia sacramentaria per trent’anni – ha scritto: «Il mistero eucaristico, che Gesù ha consegnato alla Chiesa, in qualche modo compie la morte di croce: non soltanto la fa presente, ma realizza anche l’ultimo atto di questo sacrificio, che egli ha compiuto per la salvezza del mondo. Cioè la partecipazione dei fedeli nella manducazione della vittima. Questa è una delle acquisizioni più sicure e, forse, fra le maggiori, del Concilio Vaticano II» (Don Divo Barsotti, Pasqua; pag. 63 Ed. San Paolo).

Prima dell’ultimo Concilio – notava Barsotti nello stesso volume – «si diceva che la Comunione è parte integrantedella Messa. Il Concilio dice che la Comunione è parteessenzialecome la consacrazione». Infatti, «nel sacrificio della croce, gli uomini non potevano immediatamente comunicare con la vittima immolata», mentre nell’Eucaristia «Gesù si fa presente sotto il segno sacramentale del pane e del vino per comunicarsi agli uomini, perché gli uomini possono comunicare con la vittima offerta a Dio». Gesù stesso «ha fatto presente il mistero della sua morte sotto il segno del banchetto sacrificale». E per questo il comunicare dei battezzati al Corpo e al Sangue di Cristo è un elemento «essenziale» quanto la consacrazione. Un riconoscimento – sottolineava Barsotti – a cui la Chiesa è stata condotta proprio grazie al cammino di contemplazione del mistero eucaristico ripartito con il Concilio di Trento: «La Messa» scriveva don Divo «è vero e proprio sacrificio, come ha definito il Concilio di Trento, e la Comunione è oraessenziale, e non parte integrante, al mistero eucaristico, in quanto ci permette di partecipare in pienezza al suo sacrificio». La celebrazione del sacrificio eucaristico – ribadisce il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 1382 «è totalmente orientata all’unione intima dei fedeli con Cristo attraverso la Comunione. Comunicarsi è ricevere Cristo stesso che si è offerto per noi».

Queste elementari espressioni della fede cattolica riguardo alla comunione eucaristica escludono in maniera concorde che l’accostarsi all’eucaristia sia per ciascun battezzato una prassi opzionale e subordinata rispetto al dovere “primario” di «andare a messa». E fanno intendere che non può essere di nessun aiuto l’idea di interpretare l’assunzione del sacramento come corollario “derogabile” della consacrazione eucaristica, pur di trovare un argomento a favore di chi considera non necessario o addirittura inammissibile qualsiasi cambiamento nell’attuale disciplina sull’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati.

Davanti all’invito pressante del Signore, «Prendete e mangiate, Prendete e bevete», ogni battezzato è tenuto certo a considerare se si trova nelle «disposizioni richieste» per accostarsi al Corpo e al Sangue di Cristo, a partire dall’essere «in grazia di Dio». Ma in quell’invito di Cristo, rivolto potenzialmente a tutti gli uomini, c’è tutto il cristianesimo, l’avvenimento con cui la felicità lontana ci è venuta vicino. Perché non basta sapere che c’è Dio, per godere di Dio. Occorre abbracciarlo e essere abbracciati da lui. Questo, nella vita della Chiesa, avvieneordinariamente anche nei sacramenti, che sono i gesti con cui il Signore ci comunica la sua grazia efficace. E tali gesti non possono essere mai ridotti a elementi non essenziali della prassi liturgica e sociale delle comunità ecclesiali, se non si vuole contribuire a affievolire la percezione ecclesiale della necessità della grazia dei sacramenti, e così accelerare la secolarizzazione della Chiesa «dall’interno».

QUI L’ORIGINALE

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