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Adozioni, forzature e annunci flop: il retroscena del rinvio al 2016 della legge sulle unioni gay

© Public Domain
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Ecco la cronistoria del fallimento del ddl Cirinnà. Il giornalista Mario Adinolfi: "inaccettabili adozioni e utero in affitto, il Paese non li vuole. Piazza San Giovanni è stata decisiva"

Il destino delle unioni civili si conoscerà nel 2016. Senza giri di parole, in una intervista a Porta a Porta (15 ottobre), lo conferma il ministro Maria Elena Boschi. «Temo slitteranno i tempi. Eventualmente riprenderemo a gennaio». In sostanza, non si discuteranno dopo la legge di stabilità, come promesso a più riprese dall’esecutivo (La Repubblica, 16 ottobre).

Dopo tanti annunci di un’approvazione imminente del disegno di legge per le unioni civile, cosa è accaduto che ha determinato un rinvio improvviso e con molti punti di domanda. Aleteia ha ricostruito il retroscena insieme al giornalista, scrittore e direttore del quotidiano La Croce Mario Adinolfi, da tempo in prima linea nella battaglia contro l’approvazione del ddl.

NON C’E’ CONSENSO NEL PAESE

«Quello delle unioni civili è un tema che ha aperto la legislatura – premette Adinolfi – la prima stesura del ddl risale alle 14 marzo 2013. Pensate, sono due anni e mezzo che si tenta di portare a termine questo iter. Un periodo nel quale il governo Renzi ha approvato riforma del Lavoro, Costituzionale, tanti altri provvedimenti ma non è mai riuscito a chiudere una legge sulle unioni civile. Il motivo è che non c’è consenso nel Paese, e dunque neppure in Parlamento».

UNA SERIE DI FORZATURE

In queste ore i nodi sono venuti al pettine. «Tutti i partiti sono attraversati da correnti che la pensano diversamente su questo argomento – sentenzia il direttore de “La Croce” – anche i partiti che hanno proposto il ddl o annunciato di sostenerlo come Pd e Movimento 5 Stelle. Sacche di dissenso che hanno reso impossibile il via libera al ddl in Senato. Sono servite a poco le forzature». Iniziate il 10 gennaio 2014 con l’avvio della discussione in commissione giustizia del Senato. Poi un anno tra esame del ddl, audizioni, fino all’approvazione in commissione il 26 marzo 2015, sostenuto da una netta maggioranza.

NEL CICLONE LO “STEPCHILD ADOPTION”

«Poi però nel Paese è iniziata a crescere una mobilitazione netta contro questa disegno di legge. Si sono moltiplicati gli incontri su tutto il territorio nazionale da parte di associazioni che spiegavano i rischi insiti nella norma. Io – sottolinea Adinolfi – mi sono preso l’incarico di esaminare l’articolo 5 che contempla l’istituto dello “stepchild adoption”». Cioè la possibilità che il genitore non biologico adotti il figlio, naturale o adottivo, del partner.

“ERA UN VIA LIBERA ALL’UTERO IN AFFITO”

Nel dettaglio, si legge: «Art. 5. (Modifiche alla legge 4 maggio 1983 n. 184) 1. All’articolo 44 lettera b) della legge 4 maggio 1983, n. 184 dopo la parola “coniuge” sono inserite le parole “o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”». «In sostanza – precisa il giornalista – se questo articolo fosse diventato legge…si sarebbe certificato che i bambini possono essere figli di due papà e di nessuna mamma, o di due mamme e nessun papà». Ovvero si sarebbe aperto un varco legale che le coppie omosessuali auspicano da tempo: praticare la fecondazione artificiale all’estero, attraverso la pratica dell’utero in affitto, e poi registrare legalmente il bambino nato in Italia.

LA PRESENZA DI LO GIUDICE IN COMMISSIONE

«Tutto questo pressing pro-utero in affitto – denuncia Adinolfi – era dettato anche dal fatto che in commissione giustizia c’era un senatore, Sergio Lo Giudice, già leader dell’arcigay, che aveva effettuato la pratica negli Stati Uniti insieme al suo compagno. Con il via libera allo “stepchild adoption” suo figlio si potrebbe regolarmente registrare all’anagrafe italiana. Ora mi si spieghi in Italia, in ogni comunità, quanta gente sarebbe favorevole ad una cosa del genere: cioè un bambino senza mamma e con due papà!».

LA RISPOSTA DI PIAZZA SAN GIOVANNI

Il bambino, prosegue Adinolfi, diventa «oggetto di compravendita, la maternità un bene commerciabile! La protesta verso questa possibilità è sfociata nella nascita del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, e sopratutto nella manifestazione del 20 giugno 2015 a Roma. E’ stato quello lo snodo della vicenda. A Piazza San Giovanni c’era un’opinione pubblica di massa che gridava no ad utero in affitto, no ad ideologia gender. C’erano molti parlamentari tra la gente ma nessuno sul palco, né ci sono stati interventi di esponenti della Conferenza Episcopale Italiana. E’ stato un evento di popolo, quel popolo che diceva no al ddl Cirinnà».

IL FLOP DEL CIRINNA’ BIS

A quel punto, ricorda il giornalista, si è addirittura ipotizzato di calendarizzare la discussione sul ddl in aula al Senato in piena estate. «Una finta calendarizzazione pur di approvarlo!». “Placata” dalla pioggia di emendamenti arrivata sul testo approvato in commissione Senato. «Esponenti politici traversali hanno bloccato l’iter su mandato del popolo di San Giovanni. E così il ddl Cirinnà è stato ritirato ad ottobre per essere sostituito con un nuovo ddl di 23 articoli, il cosiddetto Cirinnà-bis, che sarebbe arrivato direttamente in aula al Senato il 14 ottobre, senza il passaggio in commissione. E sempre con lo “stepchild adoption” all’articolo 5». Se avessero cancellato quell’articolo, secondo Adinolfi, «ci sarebbero stati maggiori possibilità che la legge sulle unioni omosessuali venisse accolta».

SMENTITI RENZI E BOSCHI

Invece, il 14 il Senato non ha avviato alcuna discussione sul nuovo testo. Anzi, è arrivato l’annuncio del ministro Boschi di un vago rinvio al 2016. Una dichiarazione che smentisce se stessa e il premier Matteo Renzi. «Il 15 ottobre avremo una legge sulle unioni civili: è l’impegno che il presidente Renzi si è assunto durante la segreteria del partito», aveva detto Boschi durante al Pride in Fiera a Padova (Il Mattino, 5 settembre). «Oggi è il 16 – chiosa Adinolfi – e di normativa non ce ne è alcuna traccia».

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