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Il matrimonio è misericordia, non dottrina

Adam Cohn
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Nello sguardo misericordioso di Gesù il matrimonio non è “dottrina” o “dogma”, bensì “misericordia”. Gesù risponde agli scribi che gli chiedono perché Mosè aveva concesso il permesso del ripudio: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma» (Mc 10,5). La durezza del cuore è esattamente il contrario della misericordia: l’amore si spezza quando muore la misericordia.

Ai tempi di Gesù il divorzio era “ normale” sia in ambiente ebraico che pagano. Gesù, che è il volto della misericordia, muta lo sguardo su tutto ciò che fin lì era stata la “norma”: egli vive e propone l’amore verso lo straniero, l’amore verso il peccatore, l’amore verso i pubblicani e le prostitute, l’amore verso il povero, l’amore verso il nemico, l’amore verso l’adultera. Tutti questi “amori” sono espressioni della medesima carità.

Come canta l’inno alla carità: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,4-8).

Solo chi è misericordioso può riprendere con sé e continuare ad amare il coniuge che lo ha tradito.

Gesù da origine ed, insieme, porta a compimento. È il matrimonio stesso in sé, prima ancora che quello religioso, che già tende ad un amore che non finisce per il peccato o per il cambiamento dell’altro. È lo stesso matrimonio ebraico che già tende alla misericordia.

Isaia aveva annunziato, infatti: «Come una donna abbandonata
e con l’animo afflitto, ti ha richiamata il Signore.
Viene forse ripudiata la donna sposata in gioventù?
– dice il tuo Dio.
Per un breve istante ti ho abbandonata,
ma ti raccoglierò con immenso amore.
In un impeto di collera
ti ho nascosto per un poco il mio volto;
ma con affetto perenne
ho avuto pietà di te,
dice il tuo redentore, il Signore» (Is 54,6-8).

Osea si era fatto, nella sua stessa esistenza personale, immagine di un Dio che ama la sposa che non lo merita.

Nella tradizione rabbinica del tempo di Gesù si discuteva quando il divorzio ed un nuovo matrimonio fossero possibili:

«La scuola di Shammai insegna che il marito non deve divorziare dalla propria moglie a meno che abbia trovato in lei qualcosa di immorale, conformemente al testo che dice: “Avendo trovato in lei qualcosa di vergognoso” (Dt 24,1). La scuola di Hillel opina invece: Anche se essa ha bruciato il suo cibo. Rabbi Aqiba dice: Anche se trova un’altra più bella di lei, conformemente al testo che dice “che accada anche se essa non trovi grazia ai suoi occhi” (Dt 24,1)» (Mishnah, Ghittin VIII,9-10).

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