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«La comunione ai risposati non tocca la dottrina ma la disciplina»

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Intervista con il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli

«Il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia, che sono stabilite dalla Chiesa secondo la sua prudenza», l’eventuale ammissione a determinate condizioni e in determinati casi dei divorziati risposati ai sacramenti non tocca la dottrina né la sostanza del matrimonio e dell’eucaristia. Lo afferma in questa intervista con Vatican Insider il domenicano padre Giovanni Cavalcoli, filosofo metafisico e teologo dogmatico, docente emerito di metafisica nello Studio Filosofico Domenicano di Bologna e di Teologia Dogmatica nella Facoltà Teologica di Bologna, membro ordinario della Pontifica Accademia di Teologia e condirettore della rivista telematica l’Isola di Patmos (isoladipatmos.com).

 

C’è chi afferma che qualsiasi cambiamento nella disciplina sacramentale riguardante i divorziati risposati rappresenterebbe un’«eresia» o comunque un attacco al cuore della dottrina dell’indissolubilità matrimoniale. È così?

«La disciplina dei sacramenti è un potere legislativo che Cristo ha affidato alla Chiesa, affinché essa, nel corso della storia e nel variare delle circostanze, sappia amministrare i sacramenti nel modo più conveniente e più proficuo alle anime e nel contempo nel rispetto assoluto alla sostanza immutabile del sacramento, così come Cristo l’ha voluta. L’attuale disciplina che regola la pastorale e la condotta dei divorziati risposati è una legge ecclesiastica, che intende conciliare il rispetto per il sacramento del matrimonio, la cui indissolubilità è un elemento essenziale, con la possibilità di salvezza della nuova coppia. La Chiesa non può mutare la legge divina che istituisce e regola la sostanza dei sacramenti, ma può mutare le leggi da lei emanate, che riguardano la disciplina e la pastorale dei sacramenti. Dobbiamo quindi pensare che un eventuale mutamento dell’attuale regolamento sui divorziati risposati, non intaccherà affatto la dignità del sacramento del matrimonio, ma anzi sarà un provvedimento più adatto, per affrontare e risolvere le situazioni di oggi».

 

Concedere, in determinati casi e a determinate condizioni (per esempio dopo un percorso penitenziale, o nel caso del coniuge abbandonato, etc.) la comunione ai divorziati che vivono una seconda unione tocca la disciplina o la sostanza del sacramenti del matrimonio e dell’eucaristia?

«Tocca chiaramente la disciplina e non la sostanza. Per un cattolico è assolutamente impensabile che un sinodo sotto la presidenza del Papa possa compiere un attentato alla sostanza di qualunque sacramento. Il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia, che sono stabilite dalla Chiesa secondo la sua prudenza, che è sempre rispettabile, benché non infallibile. Da qui il mutamento o l’abrogazione delle leggi della Chiesa».

 

Lei ha scritto: il dogma non può cambiare mentre le disposizioni pastorali possono mutare. Che cosa significa, nel caso in questione?

«Significa che la Chiesa in varie occasioni solenni, per esempio al Concilio di Trento o al Concilio Vaticano II, o nell’insegnamento di alcuni Papi, come Pio XI o San Giovanni Paolo II, ha definito autorevolmente l’essenza del sacramento del matrimonio e dell’eucaristia. È chiaro che questi insegnamenti, che riflettono la stessa Parola di Dio, così come ci è stata insegnata dal divino Maestro, non possono mutare. Invece, lo stabilire le circostanze, le condizioni, il come, il dove, il quando, l’a chi amministrare i sacramenti, Cristo lo ha affidato alla responsabilità dell’autorità ecclesiastica nelle leggi canoniche, come nelle direttive e norme pastorali o disciplinari a tutti i livelli, dal Papa, alla Santa Sede, fino ai vescovi. La Chiesa, quindi, è infallibile quando riconosce, codifica e interpreta la legge divina, si tratti della legge morale naturale o rivelata; ma nel momento in cui emana leggi, che ne dispongono la loro applicazione nella varietà o accidentalità delle circostanze storiche o in casi particolari, queste leggi assumono un valore semplicemente contingente, relativo e temporaneo, per cui, al sopravvenire di nuove circostanze o per una migliore conoscenza della stessa legge divina, richiedono di essere mutate, abrogate, corrette o migliorate,  s’intende sempre per una nuova disposizione dell’autorità. La legge ecclesiastica dà determinatezza all’indeterminatezza della legge divina, si fonda su di essa e ne è una conseguenza nell’ordinare la prassi concreta. Tuttavia il suo nesso con la legge divina non ha la necessità logica assoluta che possiedono, in un sillogismo, le conseguenze rispetto alle premesse, sicché un mutamento nelle conclusioni comporterebbe un mutamento e quindi una falsificazione nelle premesse o nei principi. Invece il detto nesso è solo di convenienza, per quanto in coerenza e armonia con la legge divina, in modo simile a quello che si può dare tra una meta e i mezzi per conseguirla. La meta può essere fissa e irrinunciabile, ma i mezzi possono mutare ed essere diversi. La legge della Chiesa è un mezzo per applicare la legge di Cristo. Questa è assoluta e immutabile; la legge della Chiesa, per sua stessa natura e per volontà di Cristo, per quanto illuminata e animata dalla fede, resta pur sempre una legge umana, con i limiti propri di questa. Occorre quindi rispettare scrupolosamente la natura di questo nesso, evitando da una parte la rigidezza di un conservatorismo rigorista, che rifiuta il cambiamento della legge ecclesiastica in nome dell’immutabilità della legge divina e, dall’altra, il modernismo storicista e lassista, che, col pretesto della mutabilità della legge ecclesiastica e del suo dovere di tener conto della modernità e della debolezza umana, annacqua e relativizza la legge del Vangelo».

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