Ricevi Aleteia tutti i giorni
Iscriviti alla newsletter di Aleteia, il meglio dei nostri articoli gratis ogni giorno
Iscriviti!

Non vuoi fare nessuna donazione?

Ecco 5 modi per aiutare Aleteia

  1. Prega per il nostro team e per il successo della nostra missione
  2. Parla di Aleteia nella tua parrocchia
  3. Condividi i contenuti di Aleteia con amici e familiari
  4. Disattiva il tuo AdBlock quando navighi nel nostro portale
  5. Iscriviti alla nostra Newsletter gratuita e non smettere mai di leggerci

Grazie!
Il team di Aleteia

iscriviti

Aleteia

Che succede a Gerusalemme?

Condividi

Attacco di simpatizzanti di Hamas alla Tomba di Giuseppe, a Nablus, sito sacro per l’ebraismo e il rischio Intifada aumenta

Un gruppo di palestinesi ha dato fuoco prima dell’alba alla tomba di Giuseppe, venerata dagli ebrei a Nablus, nel Nord della Cisgiordania occupata: lo hanno riferito la polizia palestinese e l’esercito israeliano. Per gli ebrei, la tomba contiene le spoglie di Giuseppe, uno dei dodici figli di Giacobbe. Ma questo sito sacro è venerato anche da musulmani, cristiani e samaritani.

Avvenire riferisce che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha condannato l’incendio come “un atto irresponsabile”, sottolineando “il rifiuto assoluto di questi atti illegali, offese alla nostra cultura, religione e morale” (16 ottobre).

Il Fatto Quotidiano ricostruisce la complicata storia della Tomba, nella quale secondo la tradizione, fu per volere di Mosé stesso che vennero riportate in quel luogo le sue spoglie durante l’Esodo.

In seguito alla guerra dei sei giorni (1967) la tomba è tornata ad essere frequentata da fedeli ebrei in numeri crescenti e nell’edificio vicino è stato aperto un collegio rabbinico.
Ma con gli accordi di Oslo (1993), Nablus ottenne lo status di città autonoma palestinese e la Tomba rimase al suo interno come “enclave” aperta al culto ebraico. Da allora, nei momenti di maggiore tensione politica, il santuario è stato oggetto di attacchi (anche cruenti) di miliziani palestinesi. Così avvenne nel 1996, in due occasioni nel 2000, e poi ancora nel 2002.
Da allora, in base ad accordi fra Israele ed Anp, gruppi organizzati di fedeli ebrei hanno accesso una volta al mese alla Tomba di Giuseppe, scortati dall’esercito israeliano (16 ottobre).

Dall’inizio del mese, almeno 32 palestinesi e 7 israeliani sono morti in diversi scontri e la violenza invocata da vari gruppi oltranzisti – Hamas in testa, che ha proclamato un “venerdì della rabbia” proprio per oggi – palestinesi fa pensare a tutti gli effetti all’esplosione di una nuova Intifada.

L’attacco è arrivato poche ore dopo che il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva chiesto alle autorità palestinesi di fare in modo che l’ondata di violenze contro la popolazione israeliana terminasse.

Attentati e restrizioni a Gerusalemme Est

Per capire al meglio la dinamica di questa escalation è bene rammentare che il 13 ottobre ci sono stati due attacchi simultanei a Gerusalemme che hanno condotto a 3 morti e una ventina di feriti. Il primo attacco è avvenuto nel quartiere di Armon Hanatziv, dove due palestinesi hanno aggredito con coltelli e armi da fuoco alcuni passeggeri che viaggiavano su un autobus. Il secondo attacco a Malkei Israel Street, nei pressi del rione ebraico ortodosso di Mea Shearim, dove un uomo alla guida di un auto si è diretto verso alcune persone in attesa alla fermata di un autobus investendole.

Dal canto suo, Padre Raed Abusahliah, direttore generale di Caritas Jerusalem, ha valutato come potenzialmente negativi – e i fatti di oggi sembrano dargli ragione – della chiusura di zone di Gerusalemme Est dopo gli attacchi di attentatori palestinesi hanno provocato negli ultimi giorni la morte di diversi cittadini israeliani. “Secondo me” dichiara all’Agenzia Fides padre Raed “possono imporre tutte le chiusure che vogliono, ma non sarà questo ad assicurare la sicurezza. L’unico modo di ottenere una sicurezza stabile e per tutti è quello di restituire la libertà al popolo palestinese” (14 ottobre).

Le tensioni sono aumentate

Secondo The Post Internazionale, gli attacchi sono ripresi un mese fa con degli scontri sul Monte del Tempio, che anche per i musulmani rappresenta un luogo sacro che essi chiamano Haram al-Sharif, “il Nobile Santuario”. La causa del conflitto sembra chiaro: sono sempre di più gli ebrei che hanno accesso alla moschea di al-Aqsa, terzo luogo sacro dell’Islam.

La tensione è salita fino a quando la polizia israeliana ha sgomberato la zona antistante la moschea di al-Aqsa alla vigilia del capodanno ebraico. Nel frattempo, l’Osservatorio per i diritti umani ha criticato le nuove misure di sicurezza israeliane che chiudono alcune parti di Gerusalemme Est. “Violano la libertà di movimento di tutti i residenti palestinesi”, ha detto l’Osservatorio (TPI, 15 ottobre).

Secondo l’autorevole giornalista Ari Shavit , in un fondo apparso sul quotidiano israeliano Haaretz: “Se questa guerra all’arma bianca a Gerusalemme rischia di divenire una guerra civile tra ebrei israeliani e arabi israeliani, la responsabilità e’ tutta di Netanyahu. Il mito irredentista della Giudea e della Samaria, il sostegno senza freni ai coloni e ai loro insediamenti, la discriminazione dei palestinesi e le violenze dell’occupazione, le dannose, inutili e irritanti provocazioni davanti ad Al-Aqsa sono state la miccia che ha posto in essere questa micidiale ondata di terrorismo. Netanyahu non aveva messo in conto che la disperazione palestinese avrebbe aperto le porte al peggiore fondamentalismo islamico? Non aveva previsto che invece di una Gerusalemme unificata ci avrebbe reso vittime di un vulcano in eruzione? La sua continua falsa retorica, il suo grasso populismo per demonizzare i cittadini arabi israeliani non avrebbero portato alle piu’ gravi conseguenze? Ai suoi amici coloni avrebbe dovuto dire da tempo: “Basta con il razzismo e la xenofobia, ritorniamo ai valori fondanti dell’ebraismo“. Una cosa e’ certa: il mito pseudomessianico dello stato binazionale, preteso dalla destra colonica, e’ andato in frantumi davanti ai nostri occhi” (15 ottobre).

La richiesta di pace

La richiesta di un dialogo che superi la reciproca sfiducia viene da monsignor Giuseppe Lazzarotto, nunzio in Israele e delegato apostolico per la Palestina che alla Radio Vaticana dice : “ci sono molte forze dell’ordine in giro, ci sono delle difficoltà nei movimenti… Però, non è che siamo sotto assedio. Farsi prendere dalle emozioni è facile, ma poi si rischia di perdere una visione oggettiva di quello che succede e soprattutto di quello che si può fare. Ma ripeto: se non ci si impegna tutti insieme a combattere la causa di fondo, che è proprio questa persistente sfiducia e ostilità degli uni nei confronti degli altri, se non si arriva a sanare questa causa iniziale, non si otterranno effetti che possano durare nel tempo” (14 ottobre).

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni