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Da orfano a “padre” di un popolo: sulla Via di Damasco con il patriarca Laham

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Il canto della mamma e gli anni in orfanotrofio. Quando alzò la mano e la sua vita cambiò

È cresciuto orfano. Ha perso il padre quando aveva quattro anni. È passato per l’orfanotrofio e da lì nelle braccia della “madre Chiesa”. Ora, monaco, vescovo, patriarca, è “padre, madre, fratello, sorella, zio, nonno” delle persone a lui affidate, soprattutto in questi anni di guerra nella sua Siria. Lui è Gregorio III Laham, patriarca di Antiochia dei greco-melkiti, al secolo “Loufti, che vuol dire gentile e Laham che significa macellaio. Ma sono un macellaio dolce e buono” scherza, ricordando le sue origini. È nato nel 1933 alle porte di Damasco, a Darayya, dove secondo la tradizione San Paolo si è convertito, e come patriarca risiede a Damasco, a cento metri dalla casa di Anania e della Via Recta. “Sono cresciuto come orfano, il babbo è morto quando avevo 4 anni. Ho vissuto con la mamma e mio nonno e fino a dieci anni ho fatto la vita della campagna. Poi sono stato per due o tre anni in un orfanotrofio nel Libano”. Una vicenda che segna la sua sensibilità e la sua opera, e che nel ’66 lo ha portato a fondare la Casa della Divina Provvidenza, un orfanotrofio per un centinaio di bambini, oltre a una scuola tecnica per 500 studenti e un centro giovanile.

Il suo percorso di sacerdote è iniziato in modo rocambolesco, negli anni dell’orfanotrofio: “Un giorno è venuto un sacerdote, che cercava qualcuno che volesse diventare sacerdote. Ha chiesto a tutti noi – eravamo una ventina -: chi vuol diventare sacerdote? Io solo ho alzato la mano… così sono andato nel monastero di San Salvatore”. Insieme a lui, anche il fratello Elias, che poi invece si è sposato. I ricordi dei primi anni dell’infanzia sono nitidi, e dolci come il canto della madre: “La mia mamma era molto pia e religiosa. Lei e un’altra cugina cantavano gli inni liturgici, che non sanno cantare neanche i giovani seminaristi oggi. Si cantavano fuori dalla chiesa, nell’ambito della famiglia: si mettevano assieme due donne, non a chiacchierare ma a pregare, a cantare”. Ogni domenica tutta la famiglia partecipava insieme alla Messa: “Si andava alla chiesa, mia mamma e mio babbo ognuno con un figlio per mano. I genitori ci portavano in chiesa, non come adesso che dicono ‘andate’ o vanno senza figli. È importante questo legame tra i genitori e i figli nel contesto della preghiera”.

Un valore da recuperare, su cui si affaccia un altro ricordo: “Ero ospite di una famiglia a Darayya. Al mattino alle 6.55 eravamo sulla terrazza e il bambino piccolo prendeva il latte dalla mamma. A un certo punto suona la campana e lui lascia la madre e fa un segno di croce. Non aveva neanche due anni. Questo oggi manca. Da noi si dice ‘beve la fede col latte della mamma’. Se la mamma vive una vita spirituale, il bimbo piccolo cresce così. Dobbiamo far capire oggi alle mamme quel contatto spirituale con i bimbi”. Gregorio III è cresciuto in un contesto familiare molto ampio, “c’era un senso della grande famiglia che adesso non c’è più”. Ma anche in un contesto contraddittorio come quello odierno, l’esperienza di famiglia è possibile: “A volte – non sono sposato, sono monaco – sento che sono padre, madre, fratello, sorella, zio, nonno. Sento che sono divenuto per la famiglia il centro della loro vita. È straordinario. Mai abbiamo sentito come la Chiesa è vicina al popolo come in questi 4 anni e mezzo di guerra. Quando cammino per la città mi fermano: padre, è successo questo, devo andare all’ospedale, ho bisogno di medicine, mio figlio… una vicinanza straordinaria tra la Chiesa e il popolo”.

Gregorio III Laham insieme agli altri due patriarchi e ai cinque vescovi di diverse confessioni cristiane, rimangono al loro posto, tra la loro gente: “Non manco un’occasione per visitare le famiglie, le parrocchie, soprattutto quando sento che c’è una vittima. Faccio visita a tutte le case anche di non cattolici, per dare la mia vicinanza, aiutare, consolare”. Rimangono la ferita e il dolore per l’esodo dei giovani. Un fenomeno che “fa perdere alla società siriana come tale e cristiana più in particolare gli agenti più importanti per l’avvenire”. E poi i bambini: 20mila scuole sono state distrutte e “quei bambini saranno l’Isis di domani. L’Isis non è fuori, è già dentro le case. Se non finisce la guerra questi bambini che sono senza scuola sono l’Isis dell’avvenire. Per questo è importante lavorare sul posto, essere vicini al popolo, ma anche alzare voce per dire al mondo intero: basta, mai più guerra!”

 

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