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Idoli del mondo laico sotto scacco: il lato oscuro di Steve Jobs

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Nel nuovo documentario “L’Uomo nella Macchina” si mostrano il carattere dispotico e le relazioni personali complicate del fondatore della Apple

Nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti è arrivato nei giorni scorsi il documentario Steve Jobs: The Man in the Machine (Steve Jobs: L’Uomo nella Macchina), di Alex Gibney, vincitore di un Oscar nel 2008 e autore di un altro documentario provocante (sulla polemica chiesa di Scientology).

In questa nuova produzione, criticata dai colleghi di Jobs, Gibney cerca di demitizzare la figura di Jobs, una specie di “dio del marketing e degli affari”, mostrando alcuni aspetti “poco venerabili” del mitico fondatore della Apple: ad esempio il suo carattere dispotico e le sue relazioni personali piuttosto complicate.

Uno degli episodi affrontati dalla produzione è il problematico riconoscimento della paternità di Lisa, frutto del rapporto di Jobs con Chrisann Brennan. La relazione terminò prima della nascita di Lisa, nel 1978, e per anni Jobs rifiutò di riconoscere la bambina come sua figlia. L’avvicinamento avvenne solo dopo, quando Lisa adottò il cognome del padre.

Anche il rapporto di Jobs con i funzionari della Apple è tratteggiato come ricco di contrasti e tensioni: il fondatore aveva, infatti, un temperamento forte e l’ossessione per i dettagli. Bob Belleville, direttore dell’ingegneria dell’impresa negli anni Ottanta, racconta ad esempio nel documentario che il suo rapporto con la moglie e con i figli è stato gravemente intaccato dalle richieste del capo.

Gibney sottolinea poi l’incoerenza tra l’immagine che Jobs vendeva della Apple e la realtà umana coinvolta nella fabbricazione di alcuni prodotti della marca. Il caso più emblematico è quello della cinese Foxconn, produttrice dell’iPhone e dell’iPad, che per due anni ha visto addirittura 18 funzionari suicidarsi per le condizioni aggressive e depressive del lavoro.

L’etica di Steve Jobs è contraddetta anche da schemi di evasione fiscale, come la creazione di imprese di facciata in Irlanda o la ricerca sull’alterazione di documenti per aumentare il valore delle opzioni sulle azioni della Apple.

Mikey Campbell, editore della rivista Apple Insider, ha commentato il ritratto di Jobs presentato nel documentario di Gibney dicendo che “questa visione di Jobs e della sua vita è senz’altro più critica di altre che siamo abituati a vedere. Non è una novità che Jobs trattasse la Apple e i suoi prodotti come se fossero figli suoi e che il resto non sembrasse molto importante. Non penso che Gibney stia presentando un ritratto ingiusto di Jobs”.

Il tempo permetterà una ricostruzione più asettica della figura di Steve Jobs, ma è il caso di riconoscere fin d’ora che anche il mondo laico venera degli idoli – e che questi idoli hanno i piedi d’argilla.

 

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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