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Chiesa

«Il Sinodo non è un ghetto»

© Antoine Mekary/Aleteia

Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 07/10/15

Seconda giornata di dibattito. Francesco: no all’ermeneutica cospirativa

«Il Sinodo non è un ghetto. Noi non siamo ghetto, c’è una Chiesa che è guidata dallo Spirito e l’amore di Dio è difficile incasellarlo». Il presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali Claudio Maria Celli risponde così ai giornalisti sintetizzando i lavori della seconda giornata di assemblea, che nel pomeriggio ha visto riunirsi per la prima volta i circoli minori suddivisi per lingue.

Una giornata che si è aperta a sorpresa con un intervento non previsto del Papa, il quale ha chiesto ai padri sinodali di «non cedere all’ermeneutica cospirativa» che è sociologicamente debole e spiritualmente non aiuta: un nuovo invito a uscire dai tatticismi, dalle strategie, dai complottismi. Francesco ha voluto sottolineare che «la dottrina cattolica sul matrimonio non è mai stata toccata, nessuno l’ha messa in questione già nell’assemblea straordinaria, è conservata nella sua integrità» e ha suggerito ai padri di farsi «condizionare» riducendo l’orizzonte «come se l’unico problema fosse quello della comunione ai divorziati risposati». E prima dell’inizio dei lavori in aula, nell’omelia della messa mattutina a Santa Marta, Francesco è tornato a parlare della «durezza di cuore» di chi «non lascia entrare la misericordia di Dio», considerando più importanti i suoi pensieri o «tutto quell’elenco di comandamenti» da far osservare.

Nel dibattito in aula sono intervenuti finora già 72 padri, e si è confermato l’emergere di due sensibilità. Il vescovo canadese Paul-André Durocher, ha spiegato che «non possiamo diventare una setta, il messaggio di Gesù è dono, buona novella per il mondo: come rimanere fedeli a Gesù e dialogare con il mondo? Alcuni padri sinodali hanno sottolineato maggiormente l’insegnamento, altri maggiormente la necessità di dialogare con il mondo». È evidente la difficoltà di fronte a processi culturali che non si sa come affrontare, di fronte ai quali la semplice riproposizione della dottrina lascia il tempo che trova.

Un dato significativo che è emerso in modo trasversale riguarda l’esigenza, per la Chiesa, di cambiare il suo linguaggio, prendendo esempio da Francesco, capace di parlare a tutti, e di esprimersi in modo «misericordioso», in vista del Giubileo della misericordia. Un paio di padri hanno associato questa sottolineatura agli omosessuali, che «sono fratelli e figli e non vanno trattati da outsiders», ma meritano «rispetto». I temi degli interventi sono stati diversi: la rivoluzione culturale nella quale vive la società di oggi, il ruolo dei sacerdoti nell’accompagnare il matrimonio, le convivenze pre-matrimoniali, il Vangelo della famiglia, le migrazioni, le persecuzioni dei cristiani e altre difficoltà che affrontano le famiglie come la povertà e i conflitti, la violenza «in famiglia e nella Chiesa», in particolare sulle donne, così come questioni più specifiche di alcuni continenti, come la poligamia in Africa. Da alcuni padri africani, tra i quali il cardinale Robert Sarah, sono arrivati richiami forti a non toccare la dottrina perché questo significherebbe dare spazio al Maligno. La questione dei sacramenti ai divorziati risposati, ha spiegato monsignor Celli, è un «panorama totalmente aperto».

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