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La storia dei “cospiratori dell’acqua potabile” tornati in vita grazie a padre Bergoglio

© Mazur/catholicnews.org.uk

Terre D'America - pubblicato il 05/10/15

L’anno successivo i militari perquisirono la loro umile abitazione. Non trovarono nulla di sovversivo, ma la baracca fu devastata. I Gobulin e gli altri giovani del quartiere non si fecero intimidire. Visto che Sergio e Ana non impararono la lezione, nell’ottobre del 1976, sette mesi dopo il colpo di stato, i militari tornarono per sequestrarli. Ana sfuggì perché si trovava fuori casa con la figlia di pochi mesi. Sergio lo scovarono in flagrante attività sovversiva: l’autocostruzione della rete idrica con l’aiuto degli abitanti della baraccopoli. Una cospirazione per l’acqua corrente. Non avesse rischiato la pelle, oggi ci sarebbe da farsi due risate. Nel quartiere avevano avviato anche una scuola serale, un ambulatorio medico gratuito, il servizio di assistenza alle ragazze madri.

“Bergoglio smosse cielo e terra affinché venissi liberato”, racconta Sergio. Ci vollero diciotto giorni perché si riuscisse ad avere sue notizie. Quando finalmente i militari lo sbatterono fuori da un centro di prigionia mai identificato venne ricoverato sotto falso nome nell’ospedale italiano di Buenos Aires. Ci vorrà un mese prima che Sergio Gobulin potesse tornare a muovere qualche passo.

«I giorni del mio sequestro – racconta Gobulin – sono stati davvero duri, sia per le torture fisiche che, soprattutto, per quelle psicologiche. Dopo la mia liberazione sono venuto a conoscenza, attraverso i miei familiari, degli sforzi compiuti per la mia ricerca e liberazione da parte di padre Jorge».

Con Ana pensarono di trasferirsi all’interno del paese fino a quando la situazione non fosse tornata normale, “ma Bergoglio ci disse che se non andavamo via ci avrebbero trovati e avremmo fatto la fine degli altri desaparecidos”.

L’organizzazione della fuga non fu semplice. Fu Bergoglio ad accompagnarli sul molo da dove un transatlantico sarebbe salpato per il Portogallo. L’immagine della nave che si allontana nel tramonto sul Mar del Plata, quella sera non aveva nulla di romantico. Era l’istantanea di un fallimento. Questo pensava Sergio. Padre Jorge gli aveva dato anche dei soldi per affrontare i primi tempi in Italia.

Intanto Bergoglio appena possibile si recò a Santa Fé, dalla madre di Sergio. La donna non poteva permettersi un costoso viaggio verso l’Italia del Nord. “Va a trovare tuo figlio”, le disse mettendogli in mano una busta. C’era abbastanza denaro per andare e tornare.

“In realtà non rinunciavo all’idea di poter rientrare in Argentina”, ricorda Sergio. Nella casa che aveva preso in affitto all’inizio non piantava neanche un chiodo. “Tanto entro sei mesi torniamo a Buenos Aires”, ripeteva ad Ana. E fu lei a convincerlo saggiamente che invece dovevano restare. “Poi è arrivato un altro figlio e non ce ne siamo andati più”. Nell’ottobre 2013 i Gobulin furono invitati a pranzo nella residenza di Santa Marta, in Vaticano. Con Francesco parlarono dei vecchi tempi, si concessero qualche buona risata. E ci fu modo di parlare di come riformare le strutture ecclesiastiche. “Jorge continua ad essere un amico, anche se è il Papa”, dice Sergio che non nasconde il suo agnosticismo. Quando si sentono, alle volte gli risulta difficile chiamarlo Francesco. E lui gli risponde con lo stesso umorismo di quando si recava a trovarli tra le baracche. «Guarda che nell’ufficio dell’anagrafe non mi hanno cambiato il nome. Puoi continuare a chiamarmi Jorge».

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papa francesco
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