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La storia dei “cospiratori dell’acqua potabile” tornati in vita grazie a padre Bergoglio

© Mazur/catholicnews.org.uk

Terre D'America - pubblicato il 05/10/15

L’attenzione di papa Francesco per i poveri è qualcosa di più del chinarsi amorevolmente sugli ultimi. Qualcosa di più forte del semplice ma impegnativo dovere di non tralasciare gli ultimi. E’ nel Vangelo, certo. Ma poi nella missione di Bergoglio si percepisce una visione netta, precisa, della povertà non come condizione ineluttabile, ma come forma di violenza. Un sopruso che spesso si connota anch’esso come “terrorismo di stato”. Un abuso di potere che tiene gli ultimi in ostaggio delle promesse politiche e dei giochi di potere.

Una cognizione che in padre Jorge Mario Bergoglio si fece ancora più nitida, proprio negli anni della “Guerra sporca”. Grazie a due amici che finirono nel mirino della polizia politica argentina per essere, potremmo dire oggi, dei “sovversivi dell’acqua potabile”.

Ero a Buenos Aires, nel maggio 2013, quando venni a sapere di una coppia di origine europea che fu violentemente perseguitata. Il marito era stato crudelmente seviziato per giorni. Le voci che avevo raccolto dicevano che poi la famigliola salpò dall’Argentina con la figlia di pochi mesi. Niente di più. Da allora non erano più tornati a vivere nel paese.

Fu così che potei ricostruire la storia di Ana e Sergio Gobulin e della ininterrotta amicizia con padre Jorge. Sergio, figlio di emigrati italiani in Argentina, fu costretto controvoglia a tornare nella terra dei padri. Da subito compresi che si trattava di una persona che non portava alcun rancore nonostante quello che gli era capitato. Un uomo buono, leale, ma irremovibile. “Mi spiace, ma non rilasciamo interviste. La ringraziamo per il suo interesse e capisco che non s’è scelto una ricerca facile, però preferiamo non perdere la nostra vita normale”, disse la prima volta che lo contattai. C’era qualcosa di più della volontà di non voler finire sui giornali. “Non volevamo in alcun modo usare la notorietà di Bergoglio a nostro vantaggio”, confideranno settimane dopo.

I baffi da gringo e il passo da buon camminatore dicono di Sergio più di quanto non faccia con le parole. Non è un uomo consumato dal rancore. E deve essere merito di Ana, a cui gli incubi argentini non hanno strappato un sorriso aperto e uno sguardo sereno sul prossimo.

In qualche modo Ana e Sergio possono dire di essere tornati in vita grazie a padre Jorge.

Ogni tanto il telefono squilla. Sul display Sergio non vede alcun numero. Sa già chi è. “Mi manca la strada”, gli ha confidato una volta papa Francesco. Non è solo la città in sé, Buenos Aires, di cui sente il distacco, ma quella sua idea di “strada”, il palcoscenico di milioni di vite su cui Bergoglio irrompeva regolarmente sentendosi anche lui “in cammino” con la sua gente. E poi “a Buenos Aires potevo uscire, andare a comprare il giornale”.

Sergio era uno studente di teologia e Bergoglio uno dei suoi insegnanti. Era emigrato con i genitori quando aveva 4 anni. Completati gli studi superiori decise di trasferirsi nella baraccopoli di Mitre, a San Miguel per aiutare i poveri non lontano dal collegio dei gesuiti dove potevano studiare anche i laici. Erano i primi anni del post-concilio. Nel mondo ecclesiale e in generale in quello culturale si respirava un’aria nuova. La chiesa si spingeva verso territori talvolta trascurati o del tutto inesplorati. “Un giorno Jorge mi disse che voleva venire a trovarmi. Ma lì non avevamo l’acqua potabile, meno che mai le fognature, e il pavimento era di terra battuta”. Padre Bergoglio ci andò lo stesso e si fermò per tre giorni. Non fu l’unica volta. “Desiderava conoscere quella realtà”, dice Sergio. “Tornava in Collegio profondamente colpito da quell’esperienza». Nel novembre del 1975, quando decise di sposare Ana fu proprio Bergoglio a unirli in matrimonio.

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