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“Dio o Niente”: intervista esclusiva al cardinale Robert Sarah

© Antoine Mekary / ALETEIA
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Parla di misericordia, peccato, partecipazione alla Chiesa e dell’urgente bisogno di rispettare la Santa Eucaristia

Il figliol prodigo è andato via di casa per dire “Sono indipendente, sono autonomo da mio padre”, e suo padre vuole perdonarlo. Ma se non torna a casa non può essere perdonato. E tornare a casa significa lasciarsi il peccato alle spalle.

È solo uno dei pensieri condivisi dal cardinale Robert Sarah, che ha parlato in esclusiva con Aleteia all’Incontro Mondiale delle Famiglie svoltosi a Philadelphia la scorsa settimana.

Nominato prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti nel 2014, è stato uno dei primi sacerdoti ad essere ordinati in Guinea, nell’Africa occidentale, e attribuisce la propria fede alla generosità dei missionari spiritani, giunti nel suo villaggio nel 1912.

Il cardinale Sarah è stato uno degli oratori di spicco all’Incontro di Philadelphia, pronunciando un discorso intitolato The Light of the Family in a Dark World (La luce della famiglia in un mondo oscuro), che è stato accolto con grande favore.

In questa intervista, il porporato parla del suo nuovo libro Dio o Niente, della portata dell’autorità papale e del perché l’autentica misericordia dipende da un allontanamento dal male e dal pentimento per i peccati.

Sua Eminenza, il suo nuovo libro si intitola Dio o Niente. Perché ha scelto questo titolo, e qual è il cuore del suo messaggio?

Come sa, da prima del Concilio Vaticano II ad oggi Dio è scomparso sempre di più; [per molti] non esiste più. Nessuno è interessato a Lui, soprattutto in Occidente. Già al Concilio, si voleva aiutare il mondo a riscoprire Dio.

L’idea principale del mio libro è come dare a Dio il primo posto nei nostri pensieri, nelle nostre azioni quotidiane e nel nostro essere, di modo che Dio torni veramente ad essere nostro Padre.

L’economia è importante, la politica è importante, molte cose sono importanti, ma se perdiamo Dio siamo come un albero senza radici: muore. E quindi il cuore del libro è mettere Dio al primo posto nella mia mente, nelle mie azioni quotidiane e nel mio essere. In questo modo, l’uomo non perderà le sue radici.

Nella cultura Occidentale si dice già “Non abbiamo radici cristiane”. È illogico. La cultura, l’architettura, l’arte: è tutto cristiano. Negare ciò che è ovvio è un suicidio.

Io ho conosciuto Dio attraverso i missionari. Molti di loro sono morti dopo un anno di missione, o due, o tre. Non sono mai sopravvissuti per più di tre anni. Morivano di malaria o di qualche altra malattia. Si sono sacrificati tanto per proclamare Dio. E così ho pensato: se tanti di loro sono morti, e se oggi ci sono ancora tanti martiri, significa che Dio è importante nella vita.

Il cuore del mio libro è quindi questo: come troviamo Dio in ciò che siamo, in ciò che facciamo e in quello che pensiamo?

Ma affronto anche molte questioni e molti problemi del mondo odierno: questioni e problemi nella Chiesa, relativi al matrimonio, relativi al sacerdozio. Tutte le questioni attuali che interessano la vita della Chiesa: la missione, il papa…

Il papa? In che senso?

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