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Fundraising: come ti insegno la gioia di donare

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chiarasantomiero - Aleteia - pubblicato il 02/10/15

Cresce l'attività di raccolta fondi per gli enti non profit. A Firenze un corso dedicato al fundraising per enti religiosi, ma il segreto va oltre la tecnica

Se ne parla da un pò, ma la crisi economica ne ha moltiplicato l’utilità ed accelerato l’uso della parola: fundraising, cioè la raccolta organizzata di fondi destinati a sostenere organismi ed iniziative senza scopo di lucro. Secondo il Censimento delle istituzioni non profit (che fotografa la situazione al 2011), il 20 per cento delle istituzioni censite – circa 60 mila su 300 mila – svolge attività di raccolta fondi, raccogliendo contributi, offerte e donazioni, sia da privati che da imprese. Su questa stessa strada sono destinati ad incamminarsi sempre di più pure gli enti religiosi, che hanno visto in questi anni il moltiplicarsi delle esigenze per il sostentamento delle opere assistenziali e caritative. Con un ritorno alle origini: sono in molti, infatti, a porre in relazione la nascita del fundraising proprio con l’azione della Chiesa cattolica che per secoli ha messo in atto la raccolta di offerte per la realizzazione delle sue finalità in ambito di culto o assistenza ai poveri, specialmente attraverso l’azione di ordini religiosi e confraternite a partire dal Medioevo. Oggi sono però necessarie una preparazione e una competenza nuove, come spiega ad Aleteia Marco Granziero, marketing e fundraising manager del “Messaggero di Sant’Antonio”, che sarà tra i relatori del corso “Principi e tecniche di fundraising per gli enti ecclesiastici e religiosi”che si terrà a Firenze il 14 e 15 ottobre prossimi.

Perché è necessario formarsi per raccogliere dei fondi?

Granziero: Bisogna imparare quella che, secondo una bella definizione di Henry Rosso, fondatore della prima scuola di fundraising al mondo, è “la nobile arte di insegnare alle persone la gioia di donare”. Non è una battuta: chi fa una donazione, anche minima, segue un desiderio di condivisione e generosità. La raccolta di fondi si basa sulla capacità di coltivare rapporti duraturi con le persone che predispongono al dono, fidelizzando queste persone verso la propria organizzazione. In termini di tipo economico si potrebbe parlare di sviluppare un “capitale relazionale”.

Il fundraising per enti religiosi ha caratteristiche diverse da quello di altri enti non profit?

Granziero: Gli enti religiosi hanno spesso un campo di azione molto più vasto di organizzazioni come, per esempio, “Medici senza frontiere” o “Save the children”. Il Messaggero di sant’Antonio raccoglie fondi per Caritas Antoniana che nel 2014, con quasi tre milioni di euro, ha finanziato 145 progetti in 5 continenti. Sul mio tavolo ho progetti che vanno dall’ampliamento di una scuola materna in Brasile alla realizzazione di un programma di riabilitazione per disabilità in Kenya. Non è sempre facile trovare la giusta comunicazione per segnalare un bisogno senza compromettere la dignità di chi è nel bisogno.

Qual è oggi il livello di professionalità in questo campo?

Granziero: Lo spiego con un esempio apparentemente semplice: il 5 per 1000. Poter usufruire di questa che è una grande opportunità di entrate, richiede competenza su cosa comunicare, a chi e anche come lanciare una campagna di comunicazione con la minor spesa possibile. Spesso la raccolta fondi in un ente religioso è legata a un sacerdote che si spende generosamente, ma non in modo sistematico, senza costituire una banca dati o permettere ad altri di affiancare il suo lavoro. Tutti elementi necessari per fronteggiare il bisogno crescente di fondi che tocca un po’ tutte le organizzazioni, legate a una diocesi o a un ordine religioso. Uno studio dell’Università cattolica dimostra come, da qui al 2020, si apra un campo importante nel fund raising legato ai patrimoni senza eredi: il 120% in più rispetto ad oggi. Non c’è bisogno di sottolineare la delicatezza di tali argomenti e la necessità di competenza e trasparenza che richiede una tale attività, soprattutto quando i beneficiari potrebbero essere degli enti religiosi.

Al corso di Firenze lei interverrà sulle attività di fidelizzazione dei donatori: quali sono quelle del Messaggero di Sant’Antonio?

Granziero: Mi piace dire che il Messaggero ha un ufficio specifico per il fundraising, ma in realtà tutta la struttura partecipa al consolidamento delle relazioni della famiglia antoniana. Le offerte richieste ogni anno agli associati in occasione della festa di Sant’Antonio, il 13 giugno, sono l’ultimo passaggio di un’attività di comunicazione che parte dall’ascolto di tutte le persone che telefonano al nostro centralino e delle risposte date a ognuna delle mail inviate, così come in passato si rispondeva – una a una – a tutte le migliaia di lettere arrivate. La raccolta fondi prosegue una tradizione antica che è quella del “Pane dei poveri”, nata accanto alla basilica nel 1800, che ha permesso ai frati, soprattutto nel dopoguerra, di distribuire pane a tantissimi bisognosi. I fedeli di sant’Antonio, grazie alla rivista, possono prendere visione dei rendiconti sull’utilizzo dei fondi raccolti e sanno che il 90% finisce ai destinatari. Mentre cresce la cultura della donazione, cresce anche quella della trasparenza che per il donante assume un grande valore e rinnova la sua volontà di condividere, anche solo poco. E’ commovente vedere come arrivino lettere di anziani – cioè quelli che stanno sostenendo in questi tempi difficili le famiglie dei figli rimasti senza lavoro -, che tuttavia non rinunciano a inviarci cinque euro, nella certezza che saranno spesi in opere di solidarietà. Chi si occupa di fundraising deve essere all’altezza di questa fiducia.

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