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Due cuori, due anelli e poi una compagnia

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Un libro-testimonianza bellissima

Diciotto lettere scritte da un padre, per parlare di educazione a un figlio che sta per mettere su famiglia. Tutto vero: le lettere, il padre, il figlio. Anzi: i nove figli, che in queste pagine hanno messo la vita e anche la faccia, accettando di comparire in copertina. Nessuna teoria: soltanto realtà. Lettere a un figlio sull’educazione (La Fontana di Siloe –  2015) è il libro di Giovanni Donna d’Oldenico di cui pubblichiamo un estratto,  la diciassettesima lettera (la prima parte oggi la seconda la prossima settimana).

Lettera diciassettesima

Due cuori, due anelli e poi una compagnia

Titolo breve per una lettera che, invece, sarà la più lunga di tutte. Quindi ti suggerisco di prendere tempo: con una vita davanti, non sei affatto obbligato a leggerla d’un fiato!

Qui desidero fare ancora un passo insieme a te nella tua personale educazione, lasciando un’altra volta in secondo piano, almeno all’inizio, il tuo compito di educare un figlio. Anche perché, più che del mettere su famiglia, vocazione comune ma non per tutti, ora parliamo del Matrimonio, che di questa vocazione è Sacramento; e il modo migliore per insegnare a tuo figlio a rendersi conto di ciò in cui consiste è, come sempre, il tuo viverne la grazia con lieta e grata cognizione. Avanti, allora.

Prometto che la prossima lettera, l’ultima, sarà brevissima: basterà un colpo d’occhio per leggerla tutta. Visto che in questa penultima, invece, qualche fatica in più ti tocca, ti offro una traccia per aiutarti a non perdere di vista l’orizzonte, man mano che leggi: cinque indicazioni, a mo’ di sommario, giusto per orientarti, senza toglierti il gusto della lettura; cinque, come le dita di una mano e come tali, andando avanti, le richiamerò.

Per prima cosa ho intenzione di parlarti di corrispondenza. Cioè del Sacramento del Matrimonio in sé, e di come esso corrisponda a ciò di cui va in cerca il cuore ordinato di una donna e di un uomo che vivono un amore.

A seguire: due passi dentro il mistero. Perché a te sia chiaro che parlare dell’amore che unisce Cristo alla Chiesa, non è materia da teologi, mistici o dotti, ma una faccenda molto terra terra: è osservare l’opera di Cristo nella vita di due sposi che Gli si affidano e in Lui confidano.

Dopo di che, un invito alla tranquillità. Il demonio si rode e aggredisce perché Cristo opera meraviglie. Una di queste, il Sacramento del Matrimonio, è sotto attacco. Ma, anche se negli ultimi tempi se ne chiacchiera molto, non lo è da adesso: ricorda, tanto per dire, Enrico VIII. Stai tranquillo: Cristo ha già vinto: l’importante è avere chiare strategia e tattiche del nemico. E rimanere sereni.

E poi anche, ma non solo: le armi. Dopo averti parlato del lavoro di Cristo e della guerra che il Suo e nostro avversario conduce contro il Matrimonio, è il momento di parlare di armi, perché, come dice Giobbe, la vita dell’uomo in terra è milizia. Constaterai che agli sposi uniti in Matrimonio non mancano i mezzi per combattere e vincere. A cominciare dalla consapevolezza dell’impegno che hanno assunto.

Infine, quinto punto, proprio a partire dall’impegno dei coniugi, troverai quattro domande. Il cui senso non suona: vediamo che cosa mi porti in dote; ma: vediamo che cosa io porto in dote a te. Dove anche le doti, fanno parte della dote.

Cinque passi. Cinque dita. Cominciamo.

Dal mignolo: la corrispondenza.

Sacramento, come insegna un catechismo antico, che un Concilio pensò bene di indirizzare ai parroci, annoverandoli di fatto tra i soggetti da catechizzare, è realtà che ha in sé la virtù di operare quello che significa. Proprio così: ogni Sacramento produce le realtà spirituali di cui è segno; cosa possibile solo perché è azione di Cristo. Un’azione che presuppone: un ministro, cioè Colui che in nome e per conto di Cristo agisce; una materia, che di questa azione è consistenza e sostanza; e una forma, che avvera ciò che la Chiesa, e dunque, Cristo, tramite il Suo ministro, intende operare. Se ci pensi, il fatto che Dio, nello svolgere la Sua azione, si renda disponibile alla libertà dell’uomo, è davvero un evento mirabile. Divina disponibilità che, però, non si estende agli effetti di un Sacramento debitamente celebrato; per capirci: nessun sacerdote è obbligato a consacrare proprio quell’ostia lì; ma, una volta che essa è consacrata, non può più essere sconsacrata, rimanendo ciò che è, finché non viene consumata. Il sacerdote è ministro dell’Eucaristia; il pane e il vino ne sono la materia; le parole della consacrazione, che il sacerdote pronuncia in prima persona singolare, essendo Cristo che parla, ne costituiscono la forma.

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