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La famiglia e il negozio: quale rapporto?

Group of families enjoying outdoor meal at home © Monkey Business Images / Shutterstock
Monkey Business Images / Shutterstock
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Famiglia: da “valore non negoziabile” a “negozio di quartiere”. I “discorsi americani” di Francesco

di Andrea Grillo

Tra le sorprendenti esperienze scaturite dal Viaggio Apostolico a Cuba e negli USA, molto abbiamo potuto scoprire della forza della “retorica” di Francesco. I suoi discorsi sono caratterizzati da una grande potenza di immagini, nelle quali la fede e la cultura trovano modo di dialogare, ora seriamente, ora ironicamente, ora in modo “alto” e ora in modo “basso”. Molti possono essere gli esempi e forse per comprenderli bisognerebbe ricordare con quanta cura Jorge Mario Bergoglio abbia studiato e frequentato i classici della letteratura e abbia collaborato con J. L. Borges. Ma basti citare un esempio. Nel discorso ai Vescovi nel Seminario San Carlo di Philadelphia, Francesco ha proposto una “lunga similitudine”, per spiegare in che modo i mutamenti sociali – e commerciali – hanno cambiato il modo di concepire i legami familiari. Ecco il testo integrale di quel lungo passaggio, comprese anche le parole dette “a braccio”:

 

“Naturalmente, la nostra comprensione, plasmata sull’integrazione della forma ecclesiale della fede e dell’esperienza coniugale della grazia, benedetta dal sacramento, non deve farci dimenticare la profonda trasformazione del quadro epocale, che incide sulla cultura sociale – e ormai purtroppo anche giuridica – dei legami familiari e che ci coinvolge tutti, credenti e non credenti. Il cristiano non è “immune” dai cambiamenti del suo tempo, e questo mondo concreto, con le sue molteplici problematiche e possibilità, è il luogo in cui dobbiamo vivere, credere e annunciare. Tempo fa, vivevamo in un contesto sociale in cui le affinità dell’istituzione civile e del sacramento cristiano erano corpose e condivise: erano tra loro connesse e si sostenevano a vicenda. Ora non è più così. Per descrivere la situazione attuale sceglierei due immagini tipiche delle nostre società: da una parte, le note botteghe, piccoli negozi dei nostri quartieri, e dall’altra i grandi supermercati o centri commerciali. Qualche tempo fa si poteva trovare in un medesimo negozio tutte le cose necessarie per la vita personale e familiare – certo esposte poveramente, con pochi prodotti e quindi con poca possibilità di scelta. Ma c’era un legame personale tra il negoziante e i clienti del vicinato. Si vendeva a credito, cioè c’era fiducia, c’era conoscenza, c’era vicinanza. Uno si fidava dell’altro. Trovava il coraggio di fidarsi. In molti luoghi lo si conosce come “la bottega del quartiere”. In questi ultimi decenni si sono sviluppati e ampliati negozi di altro tipo: i centri commerciali. Il mondo pare che sia diventato un grande supermercato, dove la cultura ha acquisito una dinamica concorrenziale. Non si vende più a credito, non ci si può fidare degli altri. Non c’è legame personale, relazione di vicinanza. La cultura attuale sembra stimolare le persone a entrare nella dinamica di non legarsi a niente e a nessuno. A non dare fiducia e non fidarsi. Perché la cosa più importante oggi sembrerebbe essere andare dietro all’ultima tendenza all’ultima attività. E questo anche a livello religioso. Ciò che è importante oggi sembra determinarlo il consumo. Consumare relazioni, consumare amicizie, consumare religioni, consumare, consumare… Non importa il costo né le conseguenze. Un consumo che non genera legami, un consumo che va al di là delle relazioni umane. I legami sono un mero “tramite” nella soddisfazione delle “mie necessità”. Il prossimo con il suo volto, con la sua storia, con i suoi affetti cessa di essere importante. E questo comportamento genera una cultura che scarta tutto ciò che “non serve” più o “non soddisfa” i gusti del consumatore. Abbiamo fatto della nostra società una vetrina multiculturale amplissima legata solamente ai gusti di alcuni “consumatori”, e, d’altro canto, sono tanti, tantissimi gli altri, quelli che «mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni» (Mt 15,27). Questo produce una grande ferita, una ferita culturale molto grande. Oserei dire che una delle principali povertà o radici di tante situazioni contemporanee consiste nella solitudine radicale a cui si trovano costrette tante persone. Inseguendo un “mi piace”, inseguendo l’aumento del numero dei “followers” in una qualsiasi rete sociale, così le persone seguono – così seguiamo – la proposta offerta da questa società contemporanea. Una solitudine timorosa dell’impegno in una ricerca sfrenata di sentirsi riconosciuti. Dobbiamo condannare i nostri giovani per essere cresciuti in questa società? Dobbiamo scomunicarli perché vivono in questo mondo? Essi devono sentirsi dire dai loro pastori frasi come: “una volta era meglio”; “il mondo è un disastro e, se continua così, non sappiamo dove andremo a finire”? Questo mi suona come un tango argentino! No, non credo, non credo che sia questa la strada. Noi pastori, sulle orme del Pastore, siamo invitati a cercare, accompagnare, sollevare, curare le ferite del nostro tempo. Guardare la realtà con gli occhi di chi sa di essere chiamato al movimento, alla conversione pastorale. Il mondo oggi ci chiede con insistenza questa conversione pastorale. «E’ vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugi,, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno» (Evangelii gaudium, 23). Il Vangelo non è un prodotto da consumare, non rientra in questa cultura del consumismo.”

 

Questo lungo brano presenta una serie di considerazioni molto importanti. Ma su una soltanto vorrei soffermarmi. Il “negozio” diventa, in questo ragionamento per similitudine, uno dei “luoghi di comprensione della famiglia”. E’ evidente che, nel discorso di papa Francesco, si possono trovare diversi strati:

a) L’uso “parabolico” della immagine: entrando nelle dinamiche dei diversi tipi di “negozi” si capiscono in modo non moralistico, ma realistico, le nuove difficoltà che i legami apprendono … dall’aria che respirano;

b) Il gusto di mostrare sorprendenti corrispondenze tra le forme elementari del vivere e le sorti della vocazione e della fede: il primato della realtà sulla idea è affermato anche con queste scelte linguistiche, che indicano un metodo di comprensione e un rapporto vivo col reale;

c) Un uso “ironico” del linguaggio: se ci si dispone in modo “astratto” di fronte alla famiglia, il meglio che si riesce a dirne è “valore non negoziabile”. Dicendo così, però, la si fissa in una idea. Ma questa definizione assomiglia molto a quel difetto, che lo stesso Francesco ha formulato così: “Un cristianesimo che “si fa” poco nella realtà e “si spiega” infinitamente nella formazione, sta in una sproporzione pericolosa. Direi in un vero e proprio circolo vizioso”. Ma per contestare questo stile “astratto” la via scelta da Francesco non è quella “teorica”, ma quella “ironica”. Egli non usa il “negozio” come “negazione della famiglia”, ma lo introduce come “analogatum” per comprenderla!

Questo passaggio magistrale cambia tutto, anche se non risolve tutto, evidentemente. Cambia tuttavia l’approccio, prepara l’incontro, induce un ascolto interessato, rispetta la libertà e annuncia il bello della comunione. Assume la esperienza del soggetto come passaggio obbligato per accedere alla tradizione ecclesiale e per renderla viva.

Forse, al fondo di queste scelte linguistiche, il magistero americano di Francesco sulla famiglia consiste in questo: annunciare la bellezza della comunione non con lo stile della autorità, ma con quello della libertà. Per mostrare che, ultimamente, è della autorità della comunione che ha bisogno ogni libertà per essere se stessa! Come postilla è utile ricordare che il magistero di Francesco è “americano” non soltanto perché espresso in America, ma perché frutto della esperienza di un americano. Figlio di immigrati, come quasi tutti gli americani.

 

Tratto dalla Rivista Munera

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