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Papa Francesco: “Sviluppare l’alleanza della Chiesa e della famiglia”

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Il discorso del Santo Padre all’incontro con i Vescovi ospiti dell’Incontro Mondiale delle Famiglie

Il pastore annuncia serenamente e appassionatamente la Parola di Dio, incoraggia i credenti a puntare in alto. Egli renderà capaci i suoi fratelli e le sue sorelle dell’ascolto e della pratica della promessa di Dio, che allarga anche l’esperienza della maternità e della paternità nell’orizzonte di una nuova “familiarità” con Dio (cfr Mc 3,31-35). Il pastore vigila sul sogno, sulla vita, sulla crescita delle sue pecore. Questo “vigila” non nasce dal fare discorsi, ma dalla cura pastorale. E’ capace di vigilare solo chi sa stare “in mezzo”, chi non ha paura delle domande, del contatto, dell’accompagnamento. Il pastore vigila prima di tutto con la preghiera, sostenendo la fede del suo popolo, trasmettendo fiducia nel Signore, nella sua presenza. Il pastore rimane sempre vigilante aiutando ad alzare lo sguardo quando compaiono lo scoraggiamento, la frustrazione o le cadute. Sarebbe bene chiederci se nel nostro ministero pastorale sappiamo “perdere” tempo con le famiglie. Sappiamo stare con loro, condividere le loro difficoltà e le loro gioie?

Naturalmente vivere lo spirito di questa gioiosa familiarità con Dio, e diffonderne l’emozionante fecondità evangelica, è in primo luogo il tratto fondamentale dello stile di vita del Vescovo: pregare e annunciare il Vangelo (cfr At 6,4). Noi stessi, dunque, accettando umilmente l’apprendistato cristiano delle virtù familiari del popolo di Dio, assomiglieremo sempre di più a padri e madri (come Paolo, cfr 1 Ts 2,7.11), evitando di trasformarci in persone che hanno semplicemente imparato a vivere senza famiglia. Il nostro ideale, in effetti, non è quello di essere senza affetti! Il buon Pastore rinuncia ad affetti familiari propri per destinare tutte le sue forze, e la grazia della sua speciale chiamata, alla benedizione evangelica degli affetti dell’uomo e della donna che danno vita al disegno della creazione di Dio, incominciando da quelli perduti, abbandonati, feriti, devastati, avviliti e privati delle loro dignità. Questa consegna totale all’agape di Dio non è certo una vocazione estranea alla tenerezza e al voler bene! Ci basterà guardare a Gesù, per capire questo (cfr Mt 19,12). La missione del buon Pastore nello stile di Dio – solo Dio può autorizzarlo, non la sua presunzione! – imita in tutto e per tutto lo stile affettivo del Figlio nei confronti del Padre, che si riflette nella tenerezza della sua consegna: in favore, e per amore, degli uomini e delle donne della famiglia umana.

Nell’ottica della fede, questo è un argomento prezioso. Il nostro ministero ha bisogno di sviluppare l’alleanza della Chiesa e della famiglia. Altrimenti inaridisce, e la famiglia umana si farà irrimediabilmente distante, per nostra colpa, dalla Lieta Notizia donata da Dio.

Se saremo capaci di questo rigore degli affetti di Dio, usando infinita pazienza, e senza risentimento, verso i solchi non sempre lineari in cui dobbiamo seminarli, anche una donna samaritana con cinque “non-mariti” si scoprirà capace di testimonianza. E per un giovane ricco che sente tristemente di doversi pensare ancora con calma, un maturo pubblicano si precipiterà giù dall’albero e si farà in quattro per i poveri ai quali – fino a quel momento – non aveva mai pensato.

Dio ci conceda il dono di questa nuova prossimità tra la famiglia e la Chiesa. La famiglia è il nostro alleato, la nostra finestra sul mondo, l’evidenza di una benedizione irrevocabile di Dio destinata a tutti i figli di questa storia difficile e bellissima della creazione che Dio ci ha chiesto di servire!

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