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Non c’è posto per i rifugiati cristiani negli Stati Uniti?

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chiarasantomiero - Aleteia - pubblicato il 24/09/15

Il dramma di 20 cristiani iracheni trattenuti in un centro di detenzione a San Diego: sfuggiti all'Isis, chiedono di ricongiungersi ai familiari

Non abbiate paura dei migranti: arricchiranno l’America e la sua Chiesa“, ha detto papa Francesco nell’incontro con i vescovi americani nella cattedrale di Washington il 23 settembre. Già al mattino, nel discorso al presidente Obama che lo ha accolto ufficialmente alla Casa Bianca, Francesco si era presentato come “figlio di una famiglia di emigranti”, ricordando come gli Stati Uniti siano stati edificati “in gran parte da famiglie simili”.

Nonostante la sua storia di accoglienza, tuttavia, gli Stati Uniti – anche in tempi recenti -continuano a non rappresentare la “terra promessa” per molti immigrati. Non solo alla frontiera tra Messico e Stati Uniti dove si infrangono i sogni di molti clandestini provenienti dai Paesi del Centroamerica – non per niente, come ha confermato nella conferenza stampa nel volo da Cuba, papa Francesco avrebbe voluto iniziare da qui la sua visita negli States – ma anche, a sorpresa, per numerosi cristiani che fuggono dal tormentato Medio Oriente.

La denuncia arriva da Raymond Ibrahim, scrittore e ricercatore statunitense di origini egiziane, e attento studioso del Medio Oriente (Vatican Insider 18 settembre). Oltre al fatto che «i paesi occidentali non si limitano a ignorare le persecuzioni dei cristiani da parte dei musulmani in Medio Oriente, ma le favoriscono appoggiando i ribelli ‘moderati’ che in realtà sono ‘radicali’ e anti-occidentali come lo Stato islamico», lo scrittore evidenzia come, per i profughi cristiani che arrivano dopo lunghe traversie nei paesi occidentali, l’accoglienza sia molto diversa da quella che si potrebbe sperare. In Europa, ma soprattutto negli Stati Uniti.

Un caso esemplare appare quello di un gruppo di venti cristiani iracheni arrivati dopo molte vicissitudini, dalle zone controllate dall’Isis, negli Stati Uniti dove vivono da tempo altri membri delle loro famiglie e trattenuti, qualcuno già da febbraio, nel centro di detenzione di Otay, a San Diego.

A nulla serve che i familiari e i leader cristiani garantiscano per loro; questo, che normalmente è il modo grazie al quale la maggioranza dei cittadini stranieri detenuti nelle prigioni degli Stati Uniti viene rilasciata, cioè la garanzia di cittadini americani, per loro non funziona. «Sono in carcere senza una vera ragione. (…) Sono fuggiti dall’inferno. Permettetegli di riunirsi alle loro famiglie» è l’appello di Mark Arabo, un portavoce della comunità caldea di San Diego. Tra di loro, fra l’altro, c’è una donna che è riuscita a fuggire dall’Isis, e che chiedeva di poter incontrare la madre, malata, e residente negli Usa. Ma la madre è morta senza poter riabbracciare la figlia (Vatican Insider 18 settembre).

Raymond Ibrahim evidenzia anche come, dall’inizio del 2015, negli Stati Uniti, siano stati accolti 4.205 musulmani provenienti dall’Iraq, ma solo 727 cristiani. Per ogni cristiano a cui è stato concesso il diritto di asilo, gli Usa garantiscono l’asilo a cinque-sei musulmani, anche se i cristiani, come minoranze «infedeli» perseguitate, hanno ragioni più drammatiche per fuggire dalla Siria e dall’Iraq. Alla base di questo atteggiamento del Dipartimento di Stato, ci sarebbe – secondo Faith McDonnel, dell’Institute on Religion & Democracy – il fatto che “semplicemente non si vuole riconoscere la persecuzione operata contro i cristiani in quanto tali dall’Isis e da altre forze islamiche o presumibilmente laiche sul terreno in Siria”.

E se in Europa alcuni Paesi hanno affermato di preferire di accogliere solo profughi cristiani, il Regno Unito sembra schierato sulle posizioni Usa, tanto che Lord Carey, ex-arcivescovo di Canterbury, ha firmato un appello al governo chiedendo di «accogliere i profughi cristiani e accordare loro priorità come richiedenti asilo», ricordando che «i cristiani iracheni e siriani vengono massacrati, torturati e ridotti in schiavitù».

E’ auspicabile che la visita di papa Francesco negli Stati Uniti, con il suo richiamo costante ai drammi degli immigrati, costituisca un nuovo e più potente appello al dovere umano dell’accoglienza. “Lei – ha detto il presidente Obama a papa Francesco nella cerimonia di benvenuto – ci ricorda come il più potente messaggio di Dio è la misericordia. E questo significa accogliere lo straniero con empatia e col cuore realmente aperto, che si tratti di rifugiati che fuggono da terre lacerate dalla guerra o immigrati che lasciano la loro casa in cerca di una vita migliore”.

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