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Papa Francesco “L’essenza dell’essere pastori è pregare, predicare e pascere”

CTV

Sala Stampa della Santa Sede - pubblicato il 23/09/15

Non è mia intenzione tracciare un programma o delineare una strategia. Non sono venuto per giudicarvi o per impartirvi lezioni. Confido pienamente nella voce di Colui che “insegna ogni cosa” (cfr Gv 14,26). Consentitemi soltanto, con la libertà dell’amore, di poter parlare come un fratello tra fratelli. Non mi sta a cuore dirvi cosa fare, perché sappiamo tutti quanto ci chiede il Signore. Preferisco piuttosto ritornare ancora su quella fatica – antica e sempre nuova – di domandarsi circa le strade da percorrere, sui sentimenti da conservare mentre si opera, sullo spirito con cui agire. Senza la pretesa di essere esaustivo, condivido con voi alcune riflessioni che ritengo opportune per la nostra missione.

Siamo Vescovi della Chiesa, Pastori costituiti da Dio per pascere il suo gregge. La nostra gioia più grande è essere Pastori, nient’altro che Pastori, dal cuore indiviso ed una irreversibile consegna di sé. Bisogna custodire questa gioia senza lasciare che ce la rubino. Il maligno ruggisce come leone cercando di divorarla, rovinando così quanto siamo chiamati ad essere non per noi stessi, ma per dono e al servizio del “Pastore delle nostre anime” (1 Pt 2,25).

L’essenza della nostra identità va cercata nell’assiduo pregare, nel predicare (cfr At 6,4) e nel pascere (cfr Gv 21,15-17; At 20,28-31).

Non una preghiera qualsiasi, ma l’unione famigliare con Cristo, dove incrociare quotidianamente il suo sguardo per sentire rivolta a noi la sua domanda: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mc 3,32). E potergli serenamente rispondere: “Signore, ecco tua madre, ecco i tuoi fratelli! Te li consegno, sono quelli che Tu mi hai affidato”. Di una tale confidenza con Cristo si nutre la vita del Pastore.

Non una predicazione di complesse dottrine, ma l’annuncio gioioso di Cristo, morto e risorto per noi. Lo stile della nostra missione susciti in quanti ci ascoltano l’esperienza del “per noi” di quest’annuncio: la Parola doni senso e pienezza ad ogni frammento della loro vita, i Sacramenti li nutrano di quel cibo che non possono procurarsi, la vicinanza del Pastore risvegli in loro la nostalgia dell’abbraccio del Padre. Vegliate perché il gregge incontri sempre nel cuore del Pastore quella riserva di eternità che con affanno si cerca invano nelle cose del mondo.Trovino sempre sulle vostre labbra l’apprezzamento per la capacità di fare e costruire nella libertà e nella giustizia la prosperità di cui è prodiga questa terra. Non manchi però il sereno coraggio di confessare che bisogna procurarsi «non il cibo che perisce ma quello che dura per la vita eterna(Gv 6,27).

Non pascere sé stessi ma saper arretrare, abbassarsi, decentrarsi, per nutrire di Cristo la famiglia di Dio. Vegliare senza sosta, ergendosi alti per raggiungere con lo sguardo di Dio il gregge che solo a Lui appartiene. Elevarsi all’altezza della Croce del suo Figlio, il solo punto di vista che apre al Pastore il cuore del suo gregge.

Non guardare verso il basso nella propria autoreferenzialità, ma sempre verso gli orizzonti di Dio, che oltrepassano quanto noi siamo capaci di prevedere o pianificare. Vegliare pure su noi stessi, per sfuggire alla tentazione del narcisismo, che acceca gli occhi del Pastore, rende la sua voce irriconoscibile e il suo gesto sterile. Nelle molteplici strade che si aprono alla vostra sollecitudine pastorale, ricordate di conservare indelebile il nucleo che unifica tutte le cose: «l’avete fatto a me» (Mt 25,31-45).

Senz’altro è utile al Vescovo possedere la lungimiranza del leader e la scaltrezza dell’amministratore, ma decadiamo inesorabilmente quando scambiamo la potenza della forza con la forza dell’impotenza, attraverso la quale Dio ci ha redenti. Al Vescovo è necessaria la lucida percezione della battaglia tra la luce e le tenebre che si combatte in questo mondo. Guai a noi, però, se facciamo della Croce un vessillo di lotte mondane, dimenticando che la condizione della vittoria duratura è lasciarsi trafiggere e svuotare di sé stessi (Fil 2,1-11).

Non ci è estranea l’angoscia dei primi Undici, chiusi tra i loro muri, assediati e sgomenti, abitati dallo spavento delle pecore disperse perché il Pastore era stato colpito. Ma sappiamo che ci è stato donato uno spirito di coraggio e non di timidezza. Pertanto non ci è lecito lasciarci paralizzare dalla paura.

So bene che numerose sono le vostre sfide, che è spesso ostile il campo nel quale seminate, e non poche sono le tentazioni di chiudersi nel recinto delle paure, a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze.

E, tuttavia, siamo fautori della cultura dell’incontro. Siamo sacramenti viventi dell’abbraccio tra la ricchezza divina e la nostra povertà. Siamo testimoni dell’abbassamento e della condiscendenza di Dio che precede nell’amore anche la nostra primigenia risposta.

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