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L’Is minaccia i cristiani in Pakistan

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L'allarme è stato lanciato dal Ministero degli Interni. Il rischio che il Paese si svuoti di cristiani

di Paolo Affatato

La minaccia sembra fondata, se l’allarme viene diffuso dal Ministero degli Interni: lo Stato islamico (IS) sta preparando nuovi attentati terroristici che prendono di mira i cristiani in Pakistan, in particolare chiese, scuole, ospedali, istituzioni missionarie. Secondo le informazioni diramate dalle autorità militari e inviate ai leader religiosi, la campagna contro i cristiani potrebbe iniziare nella provincia di Khyber Paktunkhwa, nel Nordovest del paese, zona al confine con l’Afghanistan e con le Aree tribali di amministrazione federale (FATA), dove si annidano i gruppi terroristi locali.

Le infiltrazioni dell’IS in Pakistan erano già state segnalate dalle autorità militari, che stanno combattendo una lotta senza quartiere al terrorismo. Rapporti delle forze di sicurezza parlavano di «alleanze in corso» tra i cosiddetti «talebani pakistani» e l’IS. In territorio pakistano, a Peshawar, città più volte colpita da atti terroristici, sono stati rivenuti volantini dell’IS che promuovono il reclutamento dei giovani.

L’allarme della polizia è stato diffuso il 22 settembre, giorno in cui i fedeli celebravano il secondo anniversario dell’attentato dinamitardo alla chiesa anglicana di Tutti i santi a Peshawar, che fece oltre cento morti e duecentocinquanta feriti.

Secondo un rapporto del Gatestone Institute, centro studi statunitense, la campagna anticristiana potrebbe essere una risposta all’offensiva militare dell’esercito pakistano, che ha preso di mira i covi dei jihadisti. La vendetta islamista – che comunque colpisce in modo indiscriminato piazze, scuole, moschee – potrebbe trovare nei luoghi cristiani un bersaglio piuttosto facile, capace inoltre di garantire una appetitosa risonanza mediatica internazionale.

Nell’allarme diramato dal Ministero degli interni si chiede ai religiosi cristiani  di ridurre le uscite per le strade e le manifestazioni pubbliche di culto, come processioni o liturgie all’aperto. Inoltre si invitano i sacerdoti a non accettare incontri con persone che non conoscono.

«La scarsa attenzione finora dimostrata dalla polizia nel proteggere i luoghi di culto cristiani (si ricordi che nelle bombe contro le chiese a Lahore, il 15 marzo scorso, le guardie erano impegnate a guardare la partita di cricket, ndr) rappresenta, per i terroristi, un ulteriore incentivo ad attaccare i cristiani», osserva il Gatestone Institute.

Dato il percolo incombente, esiste il rischio concreto che il Paese possa gradualmente svuotarsi dei cristiani. Il vescovo anglicano di Lahore Alexander John Malik, ha ricordato che «negli ultimi anni, a causa delle persecuzioni, oltre centomila cristiani pakistani sono già fuggiti nei campi profughi delle Nazioni Unite in Thailandia, Sri Lanka, Malesia e Filippine».

Gli abusi, nota il vescovo, sono perpetrati da cittadini musulmani ma, cosa più grave, anche dallo Stato. «Interi quartieri vengono attaccati o bruciati in conseguenza dell’accusa di blasfemia rivolta ad un solo cristiano», ricorda, mentre «centinaia di ragazze cristiane ogni anno sono rapite, costrette a convertirsi all’islam e a sposare un musulmano».

Il tutto in un clima di generale impunità, in quanto «per le minoranze è quasi impossibile ottenere giustizia dalle istituzioni statali come la magistratura e il governo». Per questo molti cristiani scelgono di vendere i propri beni ed emigrare verso altri paesi asiatici e «i circa sei milioni di fedeli presenti in Pakistan potrebbero ben presto diminuire».

Di fronte a tali scenari, la società civile rilancia l’appello a promuovere la tolleranza e prevenire il settarismo, come hanno sottolineato attivisti cristiani e musulmani riuniti di recente a Faisalabad, in occasione della Giornata internazionale per la pace.

«Settarismo e terrorismo procedono a braccetto. Urge ogni sforzo possibile per eliminarli dal Paese, trovando i finanziatori e punendo quanti istigano all’odio», ha ricordato Suneel Malik, leader musulmano della Fondazione per la pace e lo sviluppo umano. Al governo si chiedono iniziative per combattere la polarizzazione, l’odio e gli stereotipi, e uno sforzo per affrontare le cause alla radice, a partire dal settore dell’istruzione.

Al di là di generici proclami, le minoranze religiose chiedono provvedimenti concreti, invitando il governo ad attuare il noto giudizio «suo motu» emesso dalla Corte Suprema del Pakistan il 19 giugno 2014. In quella sentenza il tribunale invitava l’esecutivo a istituire un «Consiglio nazionale per i diritti delle minoranze» e formare gruppi speciali delle forze dell’ordine per proteggere i luoghi di culto non musulmani.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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