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Stile di vita

Combattere il nostro difetto dominante. La lotta quotidiana che ci dona la pace

Flickr/Stefano Corso/Creative Commons

Il Timone - pubblicato il 23/09/15

da Le tre età della vita interiore, vol. II, di padre Réginald Garrigou-Lagrange, Edizioni Vivere In

Come combattere il difetto dominante? È estremamente necessario il combatterlo perché è il principale nemico interiore, e quando questo è vinto, le tentazioni non sono più tanto pericolose, ma sono piuttosto occasioni di progresso. Ma questo difetto non può dirsi vinto finché non v’è un vero progresso nella pietà o nella vita interiore, fino a che l’anima non è giunta ad un vero e stabile fervore di volontà, vale a dire, a quella prontezza della volontà al servizio di Dio che é, secondo San Tommaso, essenza della vera devozione.

Per questo combattimento spirituale è necessario ricorrere a tre mezzi principali: la preghiera, l’esame e una sanzione.

La preghiera sincera: «Signore, mostratemi qual è l’ostacolo principale alla mia santificazione, quello che mi impedisce di profittare delle grazie ed anche delle difficoltà esteriori che concorrerebbero al maggior bene dell’anima mia se al momento opportuno sapessi meglio far ricorso a Voi, mio Dio». I Santi arrivano fino a dire, come San Ludovico Bertrando: «Hic ure, Domine, hic seta ut in aeternum parcar. Signore, brucia e diretta in me tutto quello che mi impedisce di venire a Te, purché Tu mi faccia grazia per l’eternità». San Nicola da Flue diceva pure: «Signore, togli da me tutto quello che m’impedisce di venire a Te; dammi tutto quello che può condurmi a Te; prendimi a me stesso, e dammi tutto a Te».

Questa preghiera non dispensa già dall’esame, ma al contrario, vi ci porta. Anzi – come dice S. Ignazio – sarebbe bene soprattutto per i principianti, di scrivere ogni settimana quante volte hanno ceduto al difetto dominante, che vuol regnare in essi come un despota. È più facile ridere senza frutto di questo metodo che praticarlo con vantaggio. Se contiamo il denaro speso e quello ricevuto, è ancor più utile il sapere quali sono le nostre perdite e i nostri guadagni dal punto di vista spirituale per l’eternità.

Finalmente, è cosa opportunissima l’imporci una sanzione, una penitenza, ogni volta che ricadiamo in quel difetto. Questa penitenza potrà essere una preghiera, un momento di silenzio, una mortificazione interna o esterna. V’è in questo una riparazione della colpa ed una soddisfazione per la pena che le è dovuta. Al tempo stesso acquistiamo in tal modo maggiore circospezione per l’avvenire. Così molti sono guariti dall’abitudine di mandare imprecazioni coll’imporsi ogni volta un’elemosina in riparazione.

Prima di vincere il nostro difetto dominante, le nostre virtù sono spesso piuttosto buone inclinazioni naturali che vere e solide virtù radicate in noi. Prima di questa vittoria, la sorgente delle grazie non è ancora abbastanza aperta sulle anime nostre perché cerchiamo ancora troppo noi stessi e non viviamo abbastanza per Iddio.

Dobbiamo finalmente vincere la pusillanimità che ci porta a pensare che il nostro difetto dominante sia affatto impossibile a sradicarsi. Con la grazia, però, possiamo dominarlo, perché come dice il Concilio di Trento (Sess. VI, cap. 11), citando Sant’Agostino: «Dio non comanda mai l’impossibile, ma, dandoci i suoi comandi, ci dice di fare quanto possiamo dal canto nostro e di chiedere la grazia per compiere quanto non possiamo».

È stato detto che, in questo caso, il combattimento spirituale è più necessario della vittoria, poiché, se ci dispensiamo da questa lotta, abbandoniamo la vita interiore, e cessiamo di tendere alla perfezione. Non dobbiamo mai far pace coi nostri difetti. Non dobbiamo, finalmente, prestar fede al nostro avversario quando cerca di persuaderci che tale lotta non conviene che ai Santi per giungere alle regioni più elevate della spiritualità.

È verità indiscutibile che, senza questa lotta perseverante ed efficace, l’anima nostra non può aspirare sinceramente alla perfezione cristiana, verso la quale il comandamento massimo fa a tutti un dovere di tendere. Questo comando è difatti illimitato: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima tua, con tutte le tue forze e con tutto il tuo spirito, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10, 27).

Senza questa lotta, non vi può essere né gioia interiore né pace, poiché la tranquillità dell’ordine, ossia la pace, proviene dallo spirito di sacrificio; questo solo ci stabilisce interiormente nell’ordine, facendo morire in noi tutto quanto vi è di sregolato. Solo allora la carità, l’amore di Dio e delle anime in Dio, finisce col prevalere del tutto sul difetto dominante, allora essa occupa veramente il primo posto nell’anima nostra e vi regna efficacemente. La mortificazione, che fa sparire il nostro difetto principale, ci dona la libertà, assicura il predominio in noi delle nostre vere qualità naturali e della nostra attrattiva speciale di grazia.

Così arriviamo, a poco a poco, ad essere noi stessi, nel senso più ampio della parola, vale a dire ad essere soprannaturalmente noi stessi, senza i nostri difetti. Non si tratta di copiare in modo più o meno servile le qualità altrui, né di entrare in uno stampo uniforme, eguale per tutti. Nelle personalità umane regna una varietà grandissima, come nelle foglie e nei fiori non ne troviamo due che siano perfettamente eguali. Non dobbiamo però subìre il nostro temperamento ma trasformarlo conservando di esso quanto v’è di buono.

Il carattere deve essere nel nostro temperamento, l’impronta delle virtù acquisite e infuse, soprattutto delle virtù teologali. Allora, invece di riportare istintivamente tutto a sé – come quando il difetto dominante regna in noi – ci sentiamo portati a ricondurre tutto a Dio, a pensare quasi di continuo a Lui e a non vivere che per Lui, conducendo in qualche modo verso di Lui tutti quelli che vengono a noi.

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