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C’e’ spazio nella Chiesa per una opinione pubblica?

Melissa Krystel
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Dopo che Francesco ha aperto ai laici la consultazione sinodale

C’è sempre stata, nella vita della Chiesa, la pratica di consultare i fedeli. A fasi alterne, discontinue, con modalità differenti, ma c’è stata. Poteva accadere che i pastori della Chiesa dovessero indagare su una importante questione, in materia di governo o di pastorale, e allora chiedevano un consiglio o un giudizio al corpo dei fedeli. Oppure il magistero doveva pronunciarsi su una dottrina, com’è stato per le definizioni dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione; e, in quel caso, prima Pio IX e più tardi Pio XII domandarono espressamente ai vescovi di informarli sulla pietà e la devozione dei fedeli al riguardo.

Così, alle origini del cristianesimo e fino al Concilio di Trento, la fede dei laici aveva avuto spesso un ruolo decisivo. Come nel IV secolo, in quel periodo di incertezza e disorientamento che era seguito alla condanna degli ariani. “La tradizione divina affidata alla Chiesa – scriverà John Henry Newman – fu proclamata e conservata molto più dai fedeli che dall’episcopato.” E anche in seguito i laici svolsero una parte di rilievo in problemi legati alla dottrina e all’insegnamento morale. Sennonché, a partire dall’epoca post-tridentina, si allungarono le distanze tra “Chiesa docente” e “Chiesa discente”. E i laici vennero sì “affiancati” di volta in volta alla gerarchia, ma sempre in una posizione subordinata.

E perché le cose cambiassero, almeno a livello di principi, si dovette aspettare fino al Concilio Vaticano II.

Era necessaria questa lunga introduzione (lunga e molto sommaria) per capire ancora meglio perché, senza essere formalmente una novità, la decisione di papa Francesco sia stata subito percepita come qualcosa di profondamente innovativo. Infatti, coinvolgere nella preparazione dei due Sinodi sulla famiglia, non solo i chierici – vescovi, sacerdoti e religiosi – ma l’intero popolo di Dio, composto in maggioranza da laici, voleva dire realizzare concretamente quella dimensione sinodale di Chiesa che il Vaticano II aveva rilanciato nella costituzione “Lumen gentium”, ma che poi era rimasta sostanzialmente lettera morta.

Dunque, la testimonianza per la verità del Vangelo non è affidata solamente al magistero in senso stretto ma anche ai laici. “Cristo li costituisce suoi testimoni e li provvede del senso della fede e della grazia della parola…” Fu il Concilio ad adoperare per la prima volta quell’espressione, “sensus fidei”, riconoscendo così la personale attitudine che il credente possiede nel discernere autenticamente la verità di fede. Come dire che i laici cristiani non sono i destinatari passivi di ciò che la gerarchia insegna, ma, al contrario, sono soggetti attivi e responsabili nella Chiesa. L’adesione convinta ai contenuti della fede, al magistero, è cosa diversa da una obbedienza cieca, pronta e assoluta.

Francesco, perciò, è come se avesse “sdoganato” (un brutto verbo ma che rende bene l’idea) il mondo dei fedeli laici. Come se gli avesse “restituito” il diritto di parola, riconoscendo definitivamente la responsabilità che tutti i credenti hanno nell’espressione e nello sviluppo della fede. E, appunto per questo, è stato doppiamente significativo l’invito a coppie di sposi e a laici esperti a partecipare e a “parlare” alle assemblee sinodali. I vescovi, in questo modo, hanno già potuto e potranno conoscere direttamente l’opinione dei fedeli sulla famiglia e sui problemi della famiglia, e avere così un sicuro punto di riferimento pastorale. Con tutto il rispetto per la fede e la saggezza dei pastori della Chiesa, che senso avrebbe avuto un pronunciamento sulla famiglia da parte di persone celibi? O, peggio ancora, un pronunciamento che non avesse tenuto conto di ciò che pensa e sperimenta il popolo di Dio che vive quotidianamente la realtà familiare?

Ma non si esaurisce qui, alla consultazione per i due Sinodi, la carica innovatrice della decisione di papa Bergoglio. Essa infatti ha spalancato le porte a un’altra importante questione, da anni sul tappeto e mai veramente risolta: l’opinione pubblica nella Chiesa. Ne aveva parlato nel 1950 Pio XII, sostenendo che alla comunità ecclesiale mancherebbe qualcosa di essenziale se le venisse meno l’opinione pubblica. Ne aveva parlato il Concilio, anche se con qualche titubanza, trattandosi di argomenti del tutto nuovi. Ne aveva parlato il documento post-conciliare, “Communio et progressio”, stavolta con grandi aperture: “Chi ha responsabilità nella Chiesa procuri di intensificare nelle comunità il libero scambio di parola e di legittime opinioni…”. Ma poi?

Poi, alimentato dal clima libertario del ’68, il dissenso entrò anche nella Chiesa; e, per la sua ideologia anti-istituzionale, diventò concorrenziale rispetto al magistero. Così, in molti ambienti della gerarchia ecclesiastica, scattò prima la paura, quindi una reazione difensiva: venne duramente colpita la ricerca teologica e, più in generale, la libertà di parola. Contemporaneamente, diventava sempre più chiaro come l’opinione pubblica nella Chiesa (obbligata, già di suo, a fare i conti con il “sensus fidei”, con la verità del Vangelo che è eterna, immutabile) fosse qualcosa di profondamente diverso dall’opinione pubblica che è propria di una democrazia, fondata sul principio della sovranità popolare (dunque, soggetta ai cambiamenti, e influenzata dallo spirito dei tempi, da interessi particolari, da pressioni di gruppi di potere).

Tutto questo però non significa che nella Chiesa non possa svilupparsi una opinione pubblica in senso virtuoso, costruttivo. Cioè, una forma di comunicazione interna alla comunità ecclesiale che favorirebbe il dialogo tra i suoi membri, e un continuo scambio di idee, di esperienze, di proposte. Oltretutto, i pastori potrebbero conoscere più precisamente che cosa pensino i loro fedeli su certe questioni: anche perché non sempre i credenti hanno la “fede” come fonte di ispirazione, ma vengono condizionati dai media, dall’opinione comune, dalle tendenze dominanti. Come è accaduto con il referendum irlandese del 23 maggio scorso sui “matrimoni” omosessuali. Paese cattolicissimo, Chiesa con una enorme influenza sulla vita privata e pubblica, eppure il 62 per cento ha votato sì. E, i primi a restarne sorpresi e sconcertati, sono stati i vescovi!

Ed ecco perché, anche qui, le decisioni di Francesco – la consultazione sinodale allargata ai laici, e la “parresia”, il parlare con franchezza, senza nessun timore, come nuova parola d’ordine – potrebbero preludere a delle novità. C’è infatti la speranza che la Chiesa possa finalmente diventare una “casa di vetro”, dove ogni suo componente abbia libertà di parola. E dove il dialogo schietto e fraterno – sostenuto dagli appositi organismi, i Sinodi diocesani, i Consigli pastorali e parrocchiali – sia il segno distintivo della comunione e della vitalità del popolo di Dio. Contro i rischi di chiusure egoistiche, di conflitti, di immobilismo, e di nuovi conformismi.

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