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Bambini, app e social network. Ma mamma e papà dove sono?

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 22/09/15

I minorenni sono sempre più esposti alle tecnologie e alla perdita della privacy, non si può fermare ma si può e si deve vigilare. Fare i genitori insomma...

In pochi giorni siamo venuti a conoscenza di due ricerche indipendenti sul rapporto tra minori e internet le cui conclusioni sono davvero preoccupanti.

In una – promossa dalle authority per la privacy tra cui quella italiana – sono state messe sotto la lente dei ricercatori quasi 1500 app di tipo “educational” oppure ludiche in cui la trasparenza è un’illusione, e la protezione dei dati personali risulta irrisoria. In Italia, su 35 casi passati al setaccio, ben 21 presentano “gravi profili di rischio” e otto di questi saranno sottoposti a specifiche attività ispettive. Nel 67% dei siti (tra cui quelli di diffusissimi social network) e delle app esaminati raccoglie informazioni personali (che nel 50% dei casi finisce in mano a società terze). Solo il 31% offre meccanismi efficaci per limitarne la raccolta, e meno di una su tre consente di cancellare le informazioni dell’account.

A volte l’insidia è frutto di trascuratezza: come nel caso – segnalato dalle Autorithy – in cui i siti permettono ai bambini di postare i loro disegni senza però controllare che non riportino informazioni personali, per esempio il nome, il cognome e l’indirizzo. O di chattare, con il rischio che rivelino dati sensibili a perfetti estranei (Avvenire, 19 settembre).

L’altro aspetto sensibile è che praticamente tutte le app, anche quelle gratuite, di gioco prevedono (e ora devono segnalarlo per legge) acquisti in-app, per ottenere non solo bonus, ma la velocizzazione del gioco e una sua fruizione più rapida e immediata. Alternative sono quelle di avere giochi con la pubblicità o che sponsorizzano altri giochi, creando così un circolo vizioso che non lascia mai il minore libero da questi condizionamenti.

L’altra ricerca completa il quadro della prima. L’analisi coordinata da Giovanna Mascheroni, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano. Il rapporto è stato presentato a Roma nell’incontro Family Online Safety Institute, organizzazione che da anni lavora per rendere il web più sicuro per bambini e famiglie. Il dato è interessante e sbalorditivo per certi aspetti: oltre l’83% dei minorenni in Italia è connesso ad un indirizzo email o è iscritto ad un qualsiasi social network, le percentuali degli under 10 connessi sono in enorme crescita e già a quell’età un 64% dei bambini possiede un accesso senza controllo a internet.

I telefonini secondo il dossier sono il principale mezzo per l’accesso al web, e oltre sette bambini su 19, dai 9 ai 12 anni, accedono dagli smartphone ai social network, nonostante l’età di iscrizione richiesta per questi sia di 16 anni per Whatsapp e di 13 per Facebook (Documentazione.info, 23 settembre).

Questa “assente” presenza costante da parte delle tecnologie delle comunicazioni mettono specialmente i più piccoli in una costante possibilità di condizionamento da parte di un “chiunque” nascosto dall’anonimato garantito dall’IP. Una serie – di recente produzione – “The Whispers” (tratta da un racconto del fenomenale Ray Bradbury) simula – all’estremo – questa possibilità e ci descrive gli effetti più perversi di questa condizione di costante connessione e di quasi totale assenza da parte dei genitori. Nella serie questi piccoli bambini comunicano con la misteriosa entità “Drill” solo in presenza di una rete elettrica, solo lui decide con chi e quando comunicare, propone giochi che portano i bambini fino alla violenza, li sfrutta conoscendone le più intime richieste (i genitori separati o assenti, l’isolamento a scuola, la timidezza). Una metafora perfetta del mondo dei social. Sono pericolosi senza la supervisione di una adulto.

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