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Cara mamma, non sono io il più bravo della classe…

Sean Dreilinger
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Imparare a sopravvivere nella società della competizione

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande.Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». (Mc 9,30-37)

 

Fin da bambini siamo vittime di una cultura della competizione: ci insegnano ad essere sempre più bravi di qualcun altro. Siamo tutti figli del libroCuore, ci sentiamo tutti continuamente giudicati da una maestrina dalla penna rossa, che non vogliamo deludere come se fosse una mamma da venerare, ci sentiamo tutti come quell’Enrico che vive il permanente complesso di non poter mai arrivare ad essere come Derossi, il più bravo della classe! Questo libro ha abitato spesso gli incubi della mia infanzia: mi faceva paura la possibilità di essere etichettato, sentivo la pressione ad essere il più bravo, ma vivevo anche la paura di rimanere improvvisamente indietro.

La banalità del libro Cuore sta nel fatto che è fin troppo chiaro chi sono i buoni e chi sono i cattivi, chi è il primo e chi è l’ultimo, invece per i discepoli di Gesù, come per la povera gente di oggi, non è affatto chiaro chi sia il più bravo: a maggior ragione in una società della corruzione, del finto merito, del clientelismo e delle lobbies, è davvero difficile stabilire chi sia il più grande!

Questa domanda ce la portiamo dentro fin dai primi giochi con gli altri bambini, ma continua a divorarci anche quando i giochi diventano sempre più seri. L’altro ci appare sempre di più come un avversario da abbattere. Cominciamo ad alimentare sempre di più una certa diffidenza, ci sfiora continuamente il pensiero che l’altro voglia toglierci il posto, che l’altro possa arrivare prima di noi. Cominciamo ad elaborare stratagemmi, piccole o grandi menzogne, proviamo a costruire alleanze. Fino alla fine crediamo che i più grandi possiamo davvero essere noi. Lo pensavamo a scuola, fino a quando la realtà non ci ha messo sotto gli occhi che i più bravi non eravamo noi. E allora, come nella vita da adulti, facciamo finta che a noi di essere i più grandi in fondo non ci interessa proprio, fingiamo, buttiamo giù la delusione, diventiamo arrabbiati, frustrati. L’invidia comincia a roderci, dicendo a noi stessi che è solo una questione di fortuna.

Quella domanda devastante, che ha accompagnato la nostra infanzia, ha alimentato una visione dell’altro, di ogni altro, come nemico e avversario. In ogni circostanza ci sentiamo sempre sotto giudizio, sempre in competizione, sempre in gara. Gesù invita a cambiare lo sguardo sull’altro: piuttosto che vedere nell’altro un avversario, posso scoprire invece il suo bisogno di essere abbracciato. Ogni avversario si porta dentro in fondo la fragilità di un bambino. Se provassimo a non ripeterci più, da adulti, quel terribile invito ad essere i più bravi, forse riusciremmo a non avere paura dell’altro e ad aprire gli occhi sul suo inevitabile bisogno di essere voluto bene.

Certo, per non vedere più un avversario nell’altro, occorre cominciare a non vedere più un avversario in noi stessi. Spesso siamo noi il principale avversario di noi stessi, siamo di fatto innanzitutto in competizione con noi stessi, continuiamo a lanciarci sfide assurde per dimostrare a noi stessi di (non) essere dei perdenti. Forse occorre ricominciare ad abbracciare noi stessi, a vedere il nostro bisogno di essere voluti bene, di essere accolti anche se siamo Franti e non Derossi. E il primo a lasciarsi abbracciare è Cristo, solo così può invitarci a vedere lui in ogni bambino, in ogni avversario, che abbiamo il coraggio di accogliere: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Dove accoglieremo Cristo se non nella fragilità dell’altro, smettendo di vedere tutti come possibili avversari?

Solo così la vita smette di essere una gara e può diventare servizio.

La domanda che i discepoli si pongono non arriva in un momento casuale: Gesù ha appena parlato della sua fine, della sua sofferenza, della possibilità di essere ucciso. E allora subito si scatena la competizione tra i discepoli. C’è un posto vuoto da riempire, il posto lasciato dal capo. La competizione ci rende disumani: i discepoli non si preoccupano della sofferenza dell’amico, ma di chi potrà prendere il suo posto.

I discepoli sono talmente preoccupati della gara che non ascoltano le parole: la morte non è solo il vuoto di potere che consente una nuova assunzione o una nuova scalata al successo, la morte apre la vita al suo senso più profondo. Guardare la propria morte ti permette di chiederti per chi stai vivendo o per che cosa stai vivendo. Aprire il cuore al senso della morte ti permette di vivere la vita non contro qualcuno, ma per qualcuno. Solo passando attraverso la morte si apre il senso della vita, solo passando attraverso la propria morte si apre la risurrezione. Cristo è il primo ad aver accolto la morte perché ha vissuto tutta la sua esistenza per qualcun altro, per il Padre a cui obbedisce, per l’uomo da cui si lascia uccidere.

 

Leggersi dentro 

  • Per chi o per che cosa stai vivendo la tua vita?
  • Ti capita di sentirti in competizione con gli altri? Come reagisci? Attacchi, rinunci, fingi che non ti interessa…?

 

 

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