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“Guarda: qui hanno la corrente elettrica!”

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Bambini rifugiati palestinesi in Siria ospiti a Roma dell'Associazione Kim per essere curati grazie a un progetto tra Unrwa e istituzioni italiane

“Stavo giocando con mio fratello. Il gioco funziona così: quando sentiamo il fischio di una bomba in arrivo, corriamo a nasconderci. Vince chi trova il nascondiglio migliore prima di sentire l’esplosione. Quella volta, però, la bomba ha colpito la nostra casa. Quando mi sono svegliata, ero in ospedale e c’era la mia mamma. Mi ha detto che non avevo più le gambe”.

Questo sarebbe il racconto di Raghad, 13 anni, che da Damasco, è arrivata a Roma per essere curata al Policlinico Gemelli. Ma lei, grandi occhi neri nel visetto serio, non ricorda nulla di quanto è accaduto in quel giorno di luglio del 2013, quando in Siria si contavano già i danni di oltre due anni di guerra. Non ricorda la ricerca disperata di sua madre che ha frugato con le mani tra le macerie della loro casa e la corsa a un piccolo ospedale vicino che non ha accettato la bambina ferita gravemente perché non era in grado di aiutarla. Anche nell’ospedale più grande dove sono arrivati in seguito non avevano molti mezzi per curarla: nel caos dell’inferno siriano, nel quale i medici sono fuggiti e i medicinali scarseggiano, hanno fatto quello che hanno potuto. Hanno estratto la scheggia dal collo di Raghad – una ferita alla laringe che adesso la costringe a parlare con un apparecchio -, le hanno curato un piede, ma appena è stata meglio ha dovuto lasciare il posto ad altri.

E’ sua madre, il volto affaticato incorniciato da un hijab chiaro, a raccontare la storia, nella quiete del giardino della Casa di Kim, l’associazione di volontariato che da 18 anni accoglie bambini italiani e stranieri che hanno necessità di farsi curare negli ospedali romani. Insieme a Raghad e sua madre, sono arrivate altre quattro bambine. Un risultato perseguito tenacemente per nove mesi e frutto del concorso, oltre che dell’Associazione Kim che si fa carico del soggiorno dei bambini e dei genitori che li accompagnano assistendoli per il periodo delle cure, del Comitato italiano per l’Unrwa – l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi -, il Ministero della salute, il Ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale con l’Unità di crisi, l’Ambasciata italiana a Beirut e il Ministero della Difesa con il Comando operativo Vertice Interforze.

Quella palestinese in Siria è una comunità doppiamente sconvolta dal conflitto. La mamma di Raghad ricorda ancora suo nonno che conservava la chiave della casa abbandonata in fretta nel 1948, in seguito alla creazione dello Stato d’Israele, quando i palestinesi furono costretti a lasciare i propri villaggi. La chiave è andata perduta negli avvicendamenti di oltre 60 anni di vita da profughi, ma in casa c’è ancora un barattolo con la terra di Palestina. Perlomeno c’era: chissà dove è finito dopo la distruzione della casa. Di nuovo profughi, alloggiati alla meglio in casa dei vicini, Raghad, la mamma e i tre fratelli, sopravvivono con gli aiuti umanitari dopo la morte del padre per un tumore.

La mamma di Seba, che ha soli 5 anni e verrà ricoverata al Policlinico Gemelli per delle cure oncologiche, ha vissuto nel campo profughi di Yarmouk, separata per oltre un anno e mezzo dalla piccola rimasta con le nonne a Damasco. Era lì quando sono arrivati i primi aiuti umanitari dopo mesi di blocco delle forze siriane che circondavano il campo, a sua volta teatro di scontro tra Isis e gruppi locali: “E’ incredibile constatare – dice – come delle persone a cui prima del conflitto non mancava nulla, sono state ridotte a litigare per una scatola di aiuti”.

Senza il progetto di assistenza sanitaria in Italia sarebbe stato impossibile per le bambine e il genitore che le accompagna lasciare legalmente la Siria perché i rifugiati palestinesi non hanno passaporto, al massimo un documento di viaggio rilasciato dalle autorità siriane. Il progetto prevede il ricovero in Italia per altri otto bambini con gravi patologie: i genitori arrivati adesso hanno stretto un patto con quelli che aspettano in Siria di non fare nulla che possa turbare la possibilità, anche per i loro figli, di essere curati.

Safaa, di 11 anni e Ialaf, di 10, al mattino sono state ricoverate all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù: entrambe presentano una grave cardiopatia. Ruba, di 9, sta per essere ricoverata al Policlinico Gemelli perché affetta da malformazione congenita. Intanto disegna prati verdissimi costellati di fiori e appena può, si fa mettere da una volontaria su un’altalena da dove sorride felice. La sera prima, arrivando alla Casa di Kim, ha detto alla mamma: “Qui c’è la corrente elettrica! Telefona a papà e diglielo!”.

Sorride Giorgio Tirabassi, l’attore che è testimonial e amico dell’Associazione Kim: “I nostri bambini, al loro posto, cercherebbero la connessione Internet…”. Pace e sicurezza, per Raghad, Safaa, Ilaf, Ruba e Seba, è avere la corrente elettrica quando fa buio. Almeno fin quando non dovranno tornare in Siria.

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