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Cardinal Schönborn : "Il sacramento del matrimonio è anche un percorso di conversione"

© Christopher Michel

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 15/09/15


Il cardinale invita a guardare alle situazione di convivenza sia dal punto di vista di ciò che manca ma anche di ciò che è già presente. Restando all’analogia con la Chiesa, essa è si Santa, e in essa sussiste la Chiesa di Cristo, ma essa è fatta di peccatori che avanzano in un cammino di conversione: “Un cattolico non può porsi su un gradino più alto rispetto agli altri. Ci sono santi in tutte le Chiese cristiane, e persino nelle altre religioni. Gesù ha detto due volte a dei pagani, a una donna e a un ufficiale romano: «Una fede così in Israele non l’ho trovata». Una vera fede, che Gesù ha trovato al di fuori del popolo eletto.” Così da trovare anche in queste unioni imperfette quegli elementi positivi di vero eroismo, vera carità e dono reciproco, pur riconoscendo che ancora non c’è una piena realtà del sacramento. “La Chiesa è un popolo che Dio attira a sé e nel quale tutti sono chiamati. Il ruolo della Chiesa è di accompagnare ciascuno in una crescita, in un cammino. Come pastore sperimento questa gioia di essere in cammino, tra i credenti, ma anche tra molti non credenti” (Civiltà Cattolica, 26 settembre).
Qual è il problema legato a ciò che si definisce «intrinsece malum»?

In pratica si esclude ogni riferimento all’argomento di convenienza che, per San Tommaso, è sempre un modo di esprimere prudenza. Non è né utilitarismo, né un facile pragmatismo, ma un modo di esprimere un senso di giustezza, di convenienza, di armonia. Sulla questione del divorzio, questa figura argomentativa è stata sistematicamente esclusa dai nostri moralisti intransigenti. Se mal compreso, l’

intrinsece malum sopprime la discussione sulle circostanze e sulle situazioni per definizione complesse della vita. Un atto umano non è mai semplice, e il rischio è di «incollare» in maniera posticcia la vera articolazione tra oggetto, circostanze e finalità, che invece andrebbero letti alla luce della libertà e dell’attrazione al bene. Si riduce l’atto libero all’atto fisico in modo tale che la limpidezza della logica sopprime ogni discussione morale e ogni circostanza. Il paradosso è che focalizzandosi sull’intrinsece malum si perde tutta la ricchezza, anzi direi quasi la bellezza di un’articolazione morale, che ne risulta inevitabilmente annichilita. Non solo si rende univoca l’analisi morale delle situazioni, ma si resta anche tagliati fuori da uno sguardo globale sulle conseguenze drammatiche dei divorzi: gli effetti economici, pedagogici, psicologici ecc. Questo è vero per tutto ciò che tocca i temi del matrimonio e della famiglia. L’ossessione dell’intrinsece malum ha talmente impoverito il dibattito che ci siamo privati di un largo ventaglio di argomentazioni in favore dell’unicità, dell’indissolubilità, dell’apertura alla vita, del fondamento umano della dottrina della Chiesa. Abbiamo perso il gusto di un discorso su queste realtà umane. Uno degli elementi cardine del Sinodo è la realtà della famiglia cristiana, non da un punto di vista esclusivo, ma inclusivo. La famiglia cristiana è una grazia, un dono di Dio. È una missione, e per sua natura — se vissuta in modo cristiano — è qualcosa da accogliere. Ricordo una proposta di pellegrinaggio per famiglie in cui gli organizzatori volevano invitare esclusivamente quelle che praticano il controllo naturale delle nascite. Durante un incontro della Conferenza episcopale abbiamo chiesto loro come facessero: «Selezionate solo quelli che praticano al 100%, al n %? Come fate?». Da queste espressioni un po’ caricaturali ci si rende conto che, se si vive la famiglia cristiana da quest’ottica, si diventa inevitabilmente settari. Un mondo a parte. Se si cercano sicurezze, non si è cristiani, ci si centra solo su se stessi!

Qui puoi leggere l’intera intervista su Civiltà Cattolica.

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Tags:
matrimoniosinodo famiglia
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