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Cardinal Schönborn : “Il sacramento del matrimonio è anche un percorso di conversione”

Couple de jeunes fiancés – it

© Christopher Michel

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 15/09/15

Mentre vengono resi noti i nomi dei partecipanti al Sinodo di nomina pontificia il dibattito passa anche attraverso interviste e riflessioni

Sono stati resi noti oggi i partecipanti di nomina pontificia al prossimo Sinodo, molti gli italiani, non solo vescovi, segnale che ci avviciniamo alla seconda fase di questo delicato evento che sotto molti punti di vista sta facendo emergere una linea di frattura tra episcopati, teologi, osservatori e popolo di Dio. C’è chi si aspetta grandi trasformazioni, c’è chi le teme. E’ bene ricordare tuttavia – cosa che in molti sembrano aver dimenticato – che il Sinodo non è “non è deliberativo”. E che – come spiega il Segretario del Sinodo, Cardinal Lorenzo Baldisseri, su Avvenire – “Solo il Papa o un Concilio in comunione con il Papa possono deliberare. Il compito del prossimo Sinodo è valutare con autentico discernimento le proposte che emergeranno per poi esprimere collegialmente delle indicazioni pastorali, delle proposte di soluzioni adeguate, nel rispetto della verità e nella carità, da consegnare al Papa” (15 settembre).

L’importanza del Sinodo proviene dall’intuizione di Paolo VI che ne disegnò le caratteristiche all’indomani del Concilio Vaticano II. Di questa innovazione si celebrano i 50 anni proprio durante i lavori di ottobre e il cardinale di Vienna Christoph Schönborn farà una relazione sui cinquant’anni dell’attività sinodale. “Seguiranno – prosegue Baldisseri – cinque interventi dai diversi continenti. Non solo quindi si evidenzieranno le assemblee sinodali generali, ordinarie e straordinarie, ma anche le singole assemblee speciali dell’Africa, dell’Europa, dell’Asia, delle Americhe, dell’Oceania che saranno corredate da una rappresentazione visuale con i passaggi più importanti dei vari sinodi. È infine atteso un discorso ad hoc del Papa sull’importanza dello strumento sinodale per la Chiesa” (Avvenire).

Ma il cardinal Schönborn è anche protagonista di una importante intervista rilasciata al gesuita Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica entrambi resi “ex nominatione pontificia” padri sinodali.

Un dialogo serrato quello tra i due che si è tradotto in un volume inedito ancora in Italia, e riassunto per il secondo numero di settembre della storica rivista dei gesuiti si occupa dei temi del matrimonio, mette in luce la scarsa attenzione per alcuni elementi della pastorale familiare da parte del Sinodo specialmente per il ruolo delle famiglie di origine degli sposi anch’esse spesso ferite dai fallimenti matrimoniali o la solitudine in cui versa il coniuge abbandonato. Che tipo di assistenza spirituale forniscono le parrocchie? E poi il tema dei figli di separati di cui poco si dice. Un tema che tocca da vicino il cardinale viennese a sua volta figlio di separati. Ma tocca al tema del matrimonio fare la parte del leone in questa discussione:

Quali sono allora le sfide che il Sinodo ordinario dovrà affrontare? Si possono individuare diversi punti nevralgici ai quali sarebbe dannoso non dare il giusto peso. Il primo che mi viene in mente è di prendere coscienza della dimensione storica e sociale del matrimonio come della famiglia. Troppo spesso noi teologi e vescovi, pastori e custodi della dottrina, dimentichiamo che la vita umana si svolge nelle condizioni poste da una società: condizioni psicologiche, sociali, economiche, politiche, in un quadro storico. Questo finora è mancato, nel Sinodo. E la cosa è sorprendente rispetto alle enormi evoluzioni che individuo nel corso dei settant’anni della mia stessa vita. Come si può dimenticare che nel corso della storia il matrimonio non è stato accessibile a tutti? Durante alcuni secoli, forse millenni, il matrimonio non era quello che la Bibbia ci dice dell’uomo e della donna. Per un grandissimo numero di persone il matrimonio era semplicemente impossibile, a causa delle condizioni sociali. Pensiamo solo agli schiavi. Pensiamo a tante professioni per le quali il matrimonio era sia inaccessibile economicamente, sia escluso ex professo. Nelle campagne, fino a tre generazioni fa, c’erano serve, contadine che non si sposavano perché non avevano la possibilità di pagare la dote. Il nostro beato austriaco che tanto amiamo, Franz Jägerstätter, martire del nazismo, beatificato da Benedetto XVI, era il figlio illegittimo di una serva che non avrebbe mai potuto sposarsi se un contadino non avesse avuto pietà di lei e non l’avesse presa in sposa adottando il ragazzo. Nei registri battesimali dell’Ottocento a Vienna, circa la metà dei bambini erano illegittimi, figli di tutti i servitori delle case borghesi che non si potevano sposare perché non ne avevano i mezzi. Pensiamo alla situazione, anche attuale, dei Paesi poveri. Mi ha lasciato un po’ scandalizzato il fatto che al Sinodo noi parliamo molto astrattamente di matrimonio. Pochi tra noi hanno parlato delle condizioni reali dei giovani che si vogliono sposare. Ci lamentiamo della realtà quasi universale delle unioni di fatto, di molti giovani e meno giovani che convivono senza sposarsi civilmente e ancora meno religiosamente; siamo qui per deplorare questo fenomeno, invece di chiederci: «Che cosa è mutato nelle condizioni di vita?».

E prosegue:

Quale sguardo e quale atteggiamento tenere, a suo giudizio, verso le coppie che vivono una situazione irregolare? All’ultimo Sinodo ho proposto una chiave di lettura che ha suscitato molte discussioni ed è stata ancora ricordata nella Relatio post disceptationem, ma che non è più presente nel documento finale, la Relatio Synodi. Era un’analogia con la chiave di lettura ecclesiologica data dalla Lumen gentium, la costituzione sulla Chiesa, nel suo articolo 8. La domanda in questione è: «Dove si trova la Chiesa di Cristo? Dov’è incarnata concretamente? Esiste veramente la Chiesa di Gesù Cristo, da lui voluta e fondata?». A questo il Concilio ha risposto con la famosa affermazione: «L’unica Chiesa di Gesù Cristo sussiste nella Chiesa cattolica», subsistit in Ecclesia catholica. Non è una pura e semplice identificazione, come se si dicesse che la Chiesa di Gesù Cristo è la Chiesa cattolica. Lo ha affermato il Concilio: «sussiste nella Chiesa cattolica», unita al Papa e ai vescovi legittimi. Il Concilio aggiunge questa frase, che è divenuta chiave: «Ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica». Le altre confessioni, le altre Chiese, le altre religioni non sono semplicemente il nulla. Il Vaticano II esclude un’ecclesiologia del tutto o niente. Il tutto si realizza nella Chiesa cattolica, ma ci sono elementi di verità e di santificazione anche nelle altre Chiese, e persino nelle altre religioni. Questi elementi sono elementi della Chiesa di Cristo, e per loro natura tendono verso l’unità cattolica e l’unità del genere umano, verso cui tende la Chiesa stessa, anticipazione, per così dire, del grande progetto di Dio che è un’unica famiglia di Dio, l’umanità. In questa chiave si giustifica questo approccio del Concilio, per il quale non si considera dapprima ciò che manca nelle altre Chiese, comunità cristiane o religioni, ma ciò che di positivo esiste. Si colgono i semina Verbi, come si è detto, i semi del Verbo, elementi di verità e di santificazione. In che modo questa intuizione si può applicare, a suo avviso, alla famiglia? Pensa che ci siano elementi di santificazione e di verità, cioè elementi positivi, nelle forme imperfette di matrimoni e famiglie? In queste forme manca l’esplicita alleanza matrimoniale sacramentale. Ma questo pare non impedisca che ci siano anche elementi che sono quasi promesse di tale alleanza: la fedeltà, l’attenzione gli uni agli altri, la volontà di fare famiglia. Questo non è tutto, ma è già qualche cosa. È possibile riconoscere in esse «semi» della verità sulla famiglia, che poi i pastori possono aiutare a far crescere e maturare? Ho semplicemente proposto di applicare questa chiave di lettura ecclesiologica alla realtà del sacramento del matrimonio. Poiché il matrimonio è una Chiesa in piccolo, l’ecclesiola, la famiglia come piccola Chiesa, mi sembra legittimo stabilire un’analogia e dire che il sacramento del matrimonio si realizza pienamente là dove giustamente c’è il sacramento tra un uomo e una donna che vivono nella fede ecc. Ma ciò non impedisce che, al di fuori di questa realizzazione piena del sacramento del matrimonio, ci siano elementi del matrimonio che sono segnali di attesa, elementi positivi. Ad esempio, consideriamo il matrimonio civile… Sì, noi lo consideriamo come qualche cosa di più di una semplice unione di fatto. Perché? È un semplice contratto civile che dal punto di vista strettamente ecclesiale non ha alcun significato. Ma riconosciamo che nel matrimonio civile esiste un maggiore impegno, dunque una maggiore alleanza, che in una semplice unione di fatto. I due si impegnano davanti alla società, agli uomini e a se stessi, in un’alleanza più esplicita, legalmente ancorata con sanzioni, obblighi, doveri, diritti… La Chiesa ritiene che sia un passo in più rispetto alla semplice convivenza. Esiste in questo caso una maggiore vicinanza al matrimonio sacramentale. Come una promessa, un segnale di attesa. Invece di dire tutto ciò che manca, ci si può anche avvicinare a tali realtà, notando ciò che di positivo esiste in questo amore che si stabilizza.


Il cardinale invita a guardare alle situazione di convivenza sia dal punto di vista di ciò che manca ma anche di ciò che è già presente. Restando all’analogia con la Chiesa, essa è si Santa, e in essa sussiste la Chiesa di Cristo, ma essa è fatta di peccatori che avanzano in un cammino di conversione: “Un cattolico non può porsi su un gradino più alto rispetto agli altri. Ci sono santi in tutte le Chiese cristiane, e persino nelle altre religioni. Gesù ha detto due volte a dei pagani, a una donna e a un ufficiale romano: «Una fede così in Israele non l’ho trovata». Una vera fede, che Gesù ha trovato al di fuori del popolo eletto.” Così da trovare anche in queste unioni imperfette quegli elementi positivi di vero eroismo, vera carità e dono reciproco, pur riconoscendo che ancora non c’è una piena realtà del sacramento. “La Chiesa è un popolo che Dio attira a sé e nel quale tutti sono chiamati. Il ruolo della Chiesa è di accompagnare ciascuno in una crescita, in un cammino. Come pastore sperimento questa gioia di essere in cammino, tra i credenti, ma anche tra molti non credenti” (Civiltà Cattolica, 26 settembre).

Qual è il problema legato a ciò che si definisce «intrinsece malum»? In pratica si esclude ogni riferimento all’argomento di convenienza che, per San Tommaso, è sempre un modo di esprimere prudenza. Non è né utilitarismo, né un facile pragmatismo, ma un modo di esprimere un senso di giustezza, di convenienza, di armonia. Sulla questione del divorzio, questa figura argomentativa è stata sistematicamente esclusa dai nostri moralisti intransigenti. Se mal compreso, l’intrinsece malum sopprime la discussione sulle circostanze e sulle situazioni per definizione complesse della vita. Un atto umano non è mai semplice, e il rischio è di «incollare» in maniera posticcia la vera articolazione tra oggetto, circostanze e finalità, che invece andrebbero letti alla luce della libertà e dell’attrazione al bene. Si riduce l’atto libero all’atto fisico in modo tale che la limpidezza della logica sopprime ogni discussione morale e ogni circostanza. Il paradosso è che focalizzandosi sull’intrinsece malum si perde tutta la ricchezza, anzi direi quasi la bellezza di un’articolazione morale, che ne risulta inevitabilmente annichilita. Non solo si rende univoca l’analisi morale delle situazioni, ma si resta anche tagliati fuori da uno sguardo globale sulle conseguenze drammatiche dei divorzi: gli effetti economici, pedagogici, psicologici ecc. Questo è vero per tutto ciò che tocca i temi del matrimonio e della famiglia. L’ossessione dell’intrinsece malum ha talmente impoverito il dibattito che ci siamo privati di un largo ventaglio di argomentazioni in favore dell’unicità, dell’indissolubilità, dell’apertura alla vita, del fondamento umano della dottrina della Chiesa. Abbiamo perso il gusto di un discorso su queste realtà umane. Uno degli elementi cardine del Sinodo è la realtà della famiglia cristiana, non da un punto di vista esclusivo, ma inclusivo. La famiglia cristiana è una grazia, un dono di Dio. È una missione, e per sua natura — se vissuta in modo cristiano — è qualcosa da accogliere. Ricordo una proposta di pellegrinaggio per famiglie in cui gli organizzatori volevano invitare esclusivamente quelle che praticano il controllo naturale delle nascite. Durante un incontro della Conferenza episcopale abbiamo chiesto loro come facessero: «Selezionate solo quelli che praticano al 100%, al n %? Come fate?». Da queste espressioni un po’ caricaturali ci si rende conto che, se si vive la famiglia cristiana da quest’ottica, si diventa inevitabilmente settari. Un mondo a parte. Se si cercano sicurezze, non si è cristiani, ci si centra solo su se stessi!

Qui puoi leggere l’intera intervista su Civiltà Cattolica.

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