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Una coppia sposata può usare contraccettivi?

© mast3r/SHUTTERSTOCK
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Che differenza fa che si ricorra a metodi naturali o ad altri sistemi?

Il punto più delicato sta nella norma operativa che Humanae Vitae deduce dai principi antropologici enunciati: non basta, infatti, che l’insieme della vita matrimoniale sia sinceramente aperto alla vita, ma la regolazione ragionevole e responsabile della fecondità deve essere attuata in modo tale da non intervenire direttamente sui singoli atti sessuali o, in generale, sul corpo dell’uomo o della donna così da renderli sterili temporaneamente o permanentemente. La morale cattolica vede nella prassi contraccettiva un modo di agire che oscura, almeno in parte, l’integrità umana dell’atto sessuale e la percepisce come una manipolazione che deforma, per così dire, l’atto coniugale con il rischio, alla fine, di ferire lo stesso amore coniugale. La conclusione di Humanae Vitae è che la prudenza animata dalla carità può suggerire e, talora, richiedere agli sposi di rinunciare a procreare, ma questa decisione – che può essere in sé legittima e buona – dovrebbe essere attuata, per quanto umanamente possibile, con metodi – come quelli naturali – che non prevedono un intervento sull’atto coniugale o sulla corporeità degli sposi. Alla bontà dell’intenzione deve accompagnarsi la bontà del metodo.

Condividendo il disagio che si coglie dietro le parole del nostro lettore, credo che sia importante distinguere, tanto nella catechesi quanto nella pratica del confessionale, fra le problematiche insorgenti in un contesto coniugale e quelle proprie di altri contesti segnati dalla promiscuità, dallo sfruttamento, dalla banalizzazione della sessualità o anche dalla coercizione, come nel caso delle politiche demografiche attuate forzando, di fatto, la libertà delle coppie. È chiaro che il ricorso alla contraccezione, pur restando una forma di disordine, ha risonanze morali diverse se si configura come uno strumento tecnicamente efficace per fare sesso «sicuro» in un contesto di promiscuità e libertinaggio o se si configura come un tempo o una fase, magari sofferta, dell’itinerario cristiano di una coppia che si sforza di vivere con impegno la sua vocazione all’amore e di crescere in essa (cfr. Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 34; Pont. Cons. Famiglia, Vademecum per i Confessori, n. 9). Sarebbe, insomma, inopportuno e non conforme alla genuina dottrina di Humanae Vitae mettere sullo stesso piano la vita sessuale di una coppia sposata, pur con tutte le sue debolezze e limiti, e quella di uomini e donne mossi soltanto dall’egoismo e dall’edonismo e noncuranti dei valori altissimi di cui la sessualità umana è portatrice. Tale equiparazione di situazioni si può trovare, in effetti, in testi antichi dei Padri della Chiesa, ma non corrisponde più alla nostra sensibilità e non è propria del Magistero attuale.

Le situazioni concrete – si sa – sono diversissime sia dal punto di personale e ambientale, sia dal punto vista strettamente medico, e le decisioni in questo campo sono affidate, in ultima istanza, alla coerenza della coscienza cristianamente formata degli sposi che, fedeli ai valori del matrimonio e in ascolto fiducioso e pensoso degli insegnamenti del Magistero, dovranno formulare valutazioni e fare scelte, con la libertà e la trasparenza dei figli, davanti al Padre (cfr. GS, 50, in EV 1, 1479).

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