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Io, Dio e il mio tempo da single

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Essere single non è una malattia, né una vocazione

Mentre alcuni affrontano il fatto di essere single come una malattia, altri lo considerano una sorta di vocazione, ma io credo in una terza opzione. Anche se non ho ancora trovato un nome per definirla, è qualcosa che risulta dalla somma di tre elementi: attesa, cammino e preparazione.

Di fronte all’essere single, alcuni parenti si preoccupano per te, come se il tuo caso fosse contagioso o terminale. Serve solo un miracolo! La persona single che ammette di avere la “singletudine” ha comportamenti che rasentano la disperazione. Tutto ciò che sente dire sulle cure o la simpatia per conquistare qualcuno la mette alla prova. Ha molta paura di morire di questa malattia che dice di avere, e vive in sua funzione; cerca anche “rimedi” che allevino i sintomi, ma questi finiscono per peggiorare!

Dall’altro lato, ci sono quelli che ritengono il fatto di essere single una sorta di vocazione. Si mostrano sicuri, decisi a scegliere quella vocazione. Che peccato! Si nutrono di dosi di gioie momentanee, vedono difficoltà nel costruire e cercare una felicità vera e duratura. Non comprendono la bellezza di condividere il dono più prezioso che Dio dà loro: la vita.

Essere single non è una malattia, e nemmeno una vocazione. Non è essere soli né è sinonimo di solitudine. È un periodo solo per te, duri quanto duri. È un tempo per conoscersi, conquistarsi e amarsi, forse anche per scoprire i motivi che rendono single. È l’occasione di compiere un viaggio nel tempo e rimediare alle lacune della propria storia. È l’occasione per migliorare ed essere pronti a ricevere qualcuno nella propria vita.

Prima di qualsiasi apertura ad un altro amore serve amor proprio. L’amor proprio è una lacuna unica che dev’essere colmata solo da se stessi. Corriamo il rischio di cercare in qualcuno un sentimento a cui dobbiamo pensare noi. Insistiamo su una dipendenza affettiva che assorbe e sfianca le nostre relazioni.

Più importante dell’amor proprio è la reciprocità dell’amore di Dio. Anche se in mille vite non riusciremmo a contraccambiare l’amore che Egli ha per noi, questa priorità è fondamentale nel nostro ordine affettivo. L’amore di Dio, per chi lo cerca, è un’esperienza unica, come un tesoro mai trovato.

Per questo, affermo che “single” non significa solo, e come dice Teresa d’Avila, solo Dio basta. È un amore così presente che non penso di avere il diritto di sentirmi solo. È un amore che viene per guidare e ordinare tutti gli altri amori, sentimenti… Ogni amore deve stare al proprio posto.

Nella meta di questa occasione ben vissuta, troverò quella persona che ama quell’Amore Incondizionato, che trova in Lui le vie da seguire e affronta, fiduciosa, tutti i “no” della vita, e che pur con i dolori e le angosce tipici dell’essere umano resta ancorata con la barca della sua vita al Porto Sicuro che è l’amore di Gesù.

Le chiederò gentilmente di poter attraccare la mia barchetta al suo fianco. Non solo nel porto, ma in un posto più vicino, per parlare, per stare l’uno accanto all’altra, per imparare a convivere. Non possiamo perdere di vista il porto. L’inversione delle priorità indebolisce la corda della barca e l’allontana dalla sicurezza del porto.

La reciprocità di quell’amore di “vicinanza” inizia a crescere, finché non siamo preparati a rinunciare alle nostre barchette e a navigare insieme, a condividere una barca nuova. Fino a quando, giunto il momento, potrò chiederle: “Vuoi amarmi al secondo posto per sempre?”

Soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza

posa” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 27).

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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