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Lina Sastri e quella vocazione all’arte e al teatro

Flickr/Augusto De Luca/Creative Commons
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Fin da piccola ho sentito un desiderio di libertà e di assoluto

di Alessandro Ricupero

«La fede è una grazia a prescindere. Perché tu non la puoi avere soltanto con il ragionamento o la logica. Ma, al di là di questo, c’è un modo di vivere che ti viene naturalmente, proprio naturalmente, se credi in una presenza divina su questa terra perché sta nell’uomo, non fuori dall’uomo. Quello o ce l’hai o non ce l’hai». Lina Sastri è una napoletana verace. Per capirci, una di quelle scaramantiche che, agli auguri, preferisce un “in-bocca-al-lupo”.

Ma spiega subito: «Noi siamo scaramantici anche se crediamo in Dio: penso che Dio non si offenda e comprenda queste debolezze umane». Un rapporto schietto e sincero, quello con la fede. Ma, quando nel 2013 viene chiamata per leggere le stazioni della Via Crucis al Colosseo, per la prima volta nella sua vita si sente impreparata. «È stata una chiamata inaspettata.

Non ero preparata. Sono andata felice e onorata, ma senza sapere e sentire quindi il “peso”. Era la prima uscita pubblica di papa Francesco. Mi ricordo che ho avuto modo di conoscere il Santo Padre, proprio un secondo, e mi ha onorato del suo saluto. C’erano decine di migliaia di persone al Colosseo, ma tutto è avvenuto con grande sacralità e grande semplicità per un evento trasmesso in mondovisione».

Lina Sastri è un’artista che non si è mai nascosta e forse per questo viene spesso chiamata a leggere commenti e riflessioni. «Era appena morta mia madre, e ho avuto modo di conoscere anche papa Giovanni Paolo II, durante una festa per i giovani a San Pietro davanti al sagrato. Io fui chiamata per leggere una lettera di santa Teresa. E lui mi ha benedetto e mi ha regalato una croce. È stato commovente. Certo sono due Papi molto diversi. Pur essendo tutti e due amati dai giovani e portatori di un messaggio non “ecclesiastico”, ma con un modo diretto, vero e sincero di trasmettere la parola di Dio. Ambedue accomunati dall’amore che viene loro restituito in maniera toccante dal popolo, dalla gente semplice».

Che rapporto ha con la fede?

«Da piccola ho fatto l’asilo e le elementari dalle suore, e avevo sviluppato una vocazione a farmi suora. Diciamo che provavo la sete di libertà e di assoluto che ho identificato in una vocazione religiosa quando ero piccola. Pur non avendo avuto il coraggio di seguirla, mi è rimasto il senso, come il desiderio di appartenenza a un Ordine. La regola della preghiera che può essere la salvezza dalla vita quotidiana e dalle sue ferite. E il conforto di qualcosa che ti accompagna anche se non la vedi e non la tocchi. Questo desiderio l’ho tradotto nell’arte e nel teatro. La preghiera è il conforto che porto con me nella quotidianità».

È una cattolica praticante?

«Non sono una praticante affidabile. Sono una praticante discontinua e quindi professo la fede in maniera “comoda”. Tengo presente cosa significhi fare il bene e cosa fare il male. Spesso sono peccatrice, ma penso che il perdono, la carità e la misericordia sono le virtù più grandi di chi è religioso e di Dio».

Mettersi costantemente in cammino è difficile. È giusto interrogarsi e ricercare ancora?

«Sempre. Tutti i giorni. Gesù ha proposto una domanda fondamentale: chi cercate? Chi sono io per voi? Tutti i giorni mi chiedo che cosa io stia cercando, quale sia la mia strada. Non lo so mai. Puoi interrogarti sul fatto che esista una vita oltre questa vita, oppure dire che il bisogno di religiosità dell’essere umano è un alibi per la sua debolezza. E credere nella presenza divina aiuta a superare le prove e le ferite del quotidiano».

Recentemente è stata a Siracusa, al Santuario della Madonna delle lacrime. Lei ha interpretato spesso la figura di Maria?

«Maria è molto presente nel mio percorso di attrice. È un personaggio che si ripresenta continuamente. Ho debuttato in Masaniello con la Madonna del Carmine. La vedo come una bella benedizione del cielo, che mi ha portato bene. Ed è una benedizione che va onorata. Da pochi giorni ho finito l’ultima replica all’Aquila della Passio hominis con la regia di Antonio Calenda. Io interpreto Maria. Prossimamente, il 9 novembre, lo porteremo in scena nella cattedrale di San Lorenzo a Firenze per il Convegno ecclesiale nazionale. In luglio ho finito di girare, e andrà in onda su RaiUno a gennaio, Le nozze di Laura di Pupi Avati, che non è altro che la parabola delle nozze di Cana ambientata ai giorni nostri, in Calabria. E io sono Maria, madre di questo giovane, un Cristo dei giorni nostri».

Canto, recitazione, scrittura, regia: lei è un’artista che riesce a esprimersi in diversi modi.

«Se uno nasce artista è un dono di Dio. L’attore spesso non sceglie, ma è chiamato a fare delle cose. Io coltivo nella mia vita la fede e quello che concerne la fede, ma se mi chiamano a ricoprire il ruolo di Maria è un destino e spero di onorare questo ruolo. La preghiera fa parte della mia vita. Il Rosario mi dà molta forza. Sono stata anche a Medjugorje. Ultimamente il mio mestiere mi dà la possibilità di visitare tante chiese. Sono spesso in giro e vedo che nel mondo ci sono tante persone generosissime che si dedicano agli altri. Personalmente devo cercare un modo in futuro di fare del bene, ma nella maniera corretta».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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