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Caso Scattone: fine pena mai?

Public Domain
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Dopo 18 anni dalla morte di Marta Russo anche per il principale accusato sembra non esserci la possibilità di ricominciare una vita normale

E’ montata in appena due giorni e ha già avuto un epilogo non proprio edificante. Parliamo della querelle attorno alla presa di servizio in una scuola di Roma di Giovanni Scattone, l’uomo che uccise Marta Russo in un celebre caso di cronaca nera romana nel 1997.

Dal tribunale alla cattedra

Senza tornare sulla dinamica delle indagini e del processo, restiamo sui fatti oggettivi. Giovanni Scattone è stato condannato per omicidio colposo dopo diverse peripezie processuali dalla Cassazione nel 2003 a 5 anni e 4 mesi nonostante lui si sia sempre dichiarato innocente.

“La Cassazione decise anche di non comminare pene accessorie, cancellando l’interdizione all’insegnamento per Scattone, in quanto ritenuto responsabile di delitto non volontario. Gli viene quindi accordata la riabilitazione penale, a decorrere dal giorno della fine della pena, con revoca dell’interdizione dai pubblici uffici e restituzione dei diritti civili e politici” (Wikipedia)

Finita dunque di scontare la sua pena, Giovanni Scattone essendo un assistente universitario, sapendo insegnare, per anni ha insegnato filosofia nei licei come precario.

Un linciaggio mediatico

Dopo anni di precariato dunque, Scattone è risultato tra gli idonei nell’inserimento nell’organico scolastico come docente di ruolo di psicologia all’Istituto professionale Luigi Einaudi di Roma. Notizia che – umanamente lo comprendiamo – non è stata gradita dalla famiglia di Marta Russo che al Corriere della Sera ha dichiarato: “E’ assurdo che Giovanni Scattone continui ad insegnare”. “Non è la prima volta – commenta la donna -, ed ancora restiamo sconvolti. Non si può pensare che una persona del genere, che non ha neanche mai chiesto perdono, possa fare l’educatore. Tra l’altro con un posto fisso”.

Ma se il dolore di una famiglia è appunto comprensibile, l’accanimento della stampa verso un uomo che secondo il diritto non ha più conti in sospeso con la società, lo è molto meno. Se non teniamo conto del fatto che anche un uomo colpevole può aver maturato in quasi vent’anni un cambiamento enorme e in positivo e che anche a lui va garantita un po’ di pace, un po’ di serenità. Ancor più in un caso controverso come questo.

Scrive oggi Giovanni Valentini su Repubblica:

“Ma non si può condividere l’ondata d’indignazione suscitata da questa notizia: né tantomeno le ambiguità o le ipocrisie di chi non se la sente di prendere posizione o comunque trova più conveniente pilatescamente non assumerla. Mettiamo da parte – allora – i sentimenti e le emozioni, per cercare di ragionare in termini civili, Cioè da cittadini consapevoli e responsabili.
Al termine di un lungo e controverso processo, Scattone è stato condannato per omicidio colposo. Non volontario. Equiparabile a un incidente automobilistico, Un delitto per caso, accidentale, commesso per sbaglio o per errore. Se per la Giustizia è stato lui a uccidere, per quella stessa Giustizia non aveva l’intenzione di uccidere; se ha sparato, l’ha fatto maneggiando incautamente una pistola (mai ritrovata) e sporgendo il braccio da una finestra”

La rinuncia

Ma per l’appunto la ricerca di normalità, di ricostruzione di una vita serena, non è nelle possibilità che la società sembra voler offrire a Scattone, il quale alla fine cede e oggi fa sapere che : «Se la coscienza mi dice di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico». Una pagina buia per il diritto e per la società che apparentemente non sa più perdonare e dunque non vuole davvero la piena riabilitazione degli ex carcerati, ma allora pretende che essi tornino ad essere delinquenti, in una sorta di determinismo senza fine. Chi sbaglia paga per sempre. Meno male che arriva il Giubileo della Misericordia…

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