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Quando papa Wojtyla mi disse “prego per lei ogni giorno”

AFP/ Pool

Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 09/09/15

Intanto, però, avvenne inaspettatamente un cambio di programma. Alcuni autorevoli monsignori vaticani si imposero sulla volontà stessa del Papa (a quel tempo succedeva ancora così!) e decisero che il libro sarebbe apparso come opera esclusiva di Giovanni Paolo II, eliminando perciò sia il narratore sia lo scenario e le domande. Inutilmente cercai di spiegare che il racconto pontificio andava contestualizzato, e che, certe osservazioni critiche, avrei potuto farle più facilmente io. Niente! Non solo mi risposero di no, ma mi trattarono con poco rispetto per il mio lavoro (e questo era il meno) e per la mia persona. Giovanni Paolo II riuscì a vincerla solo su un punto: chiese che, nella introduzione, si facesse riferimento alle mie domande, servitegli come filo conduttore per la riflessione. Anche se, delle domande, non c’era più traccia, o c’era solo indirettamente.

Faccio un esempio, per far capire la differenza tra le due versioni. Se fosse stato seguito il primo progetto, il libro sarebbe cominciato con il racconto della notte che Karol aveva passato insonne alla Solvay, per l’attesa del grande momento. Poi, arrivato il mattino, e senza cambiarsi, una camicia lisa, calzoni color grigio e gli zoccoli ai piedi, era uscito dalla fabbrica, e, come sempre, si era fermato in una chiesa lungo la strada per assistere alla Messa. Stavolta, però, invece che andare a casa, si era diretto verso il centro di Cracovia. Le SS che pattugliavano le vie non avevano neppure fatto caso a quell’operaio che camminava a testa bassa, tutto preso dai suoi pensieri. Al seminario, Karol si era fatto ricevere dal rettore e gli aveva chiesto di venir ammesso come candidato al sacerdozio.

A quel punto, c’era la prima domanda, sul perché di quella scelta. E la stessa domanda, invece, diventò l’incipit della versione definitiva. “La storia della mia vocazione sacerdotale?”. Forse il mio giudizio, qui, non sarà del tutto obiettivo; ma non mi piacevano quell’interrogarsi e quel rispondersi del Papa, tutto da solo. E comunque, “Dono e mistero” fu un libro straordinario. Straordinario perché Karol Wojtyla svelò come avesse maturato la decisione di essere, non certo uno della casta clericale, ma un “adoratore” di Dio, amministratore dei suoi misteri e, insieme, suo testimone tra gli uomini. E straordinario, “Dono e mistero”, perché era la prima volta che un Papa si raccontava. Raccontava i suoi sentimenti, i suoi pensieri più intimi, più nascosti.

E ora arriviamo al momento centrale della storia, al motivo per cui ho voluto farla conoscere.

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san giovanni paolo ii
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