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Quando papa Wojtyla mi disse “prego per lei ogni giorno”

AFP/ Pool

Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 09/09/15

Un piccolo dietro le quinte sulla nascita di "Dono e Mistero"

Da tempo volevo raccontare questa storia su Giovanni Paolo II. Ma, ogni volta che ci provavo, o mi bloccavo subito o non riuscivo ad arrivare alla fine. E questo per un comprensibile senso di pudore, dato che la storia riguarda sì il Papa ma indirettamente anche me, e perciò non me la sentivo di mettermi in mezzo. Ma adesso, mi sono deciso. Ho pensato che fosse giusto far conoscere questa vicenda, perché ci rivela una volta di più quanto fosse caldo il cuore di Karol Wojtyla, e quanto profonda la sua umanità, la sua attenzione al prossimo. “L’altro mi appartiene”, aveva scritto in un suo documento.

Tutto era cominciato nella primavera del 1996. Il 1° novembre sarebbe stato il 50° dell’ordinazione sacerdotale di Wojtyla; e l’allora segretario della Congregazione per il Clero, mons. Crescenzio Sepe (oggi cardinale e arcivescovo di Napoli), aveva insistito perché il Papa desse una sua testimonianza, descrivendo il percorso umano e spirituale che lo aveva portato a decidere di farsi sacerdote. Una decisione – va ricordato – presa nel pieno della bufera della Seconda guerra mondiale, scoppiata proprio con l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste. Avevano avuto coraggio, molti amici di Karol, a entrare nell’esercito clandestino. Ma era stato ugualmente un gesto coraggioso, quello di Wojtyla, scegliere in quel momento di diventare ministro di Dio.

La prima idea era stata quella di un libro-intervista. Venni scelto io probabilmente perché, avendo raccontato pochi anni prima l’amicizia tra Karol e il suo amico ebreo Jerzy Kluger, avevo studiato a fondo il periodo giovanile di Wojtyla. Decisi però di non seguire semplicemente lo schema dell’intervista. Senza scartare le domande, preparai un grande scenario storico, che avrebbe inquadrato quegli anni polacchi così drammatici, e all’interno del quale il Papa avrebbe raccontato la propria esperienza. E avrebbe ricordato, una ad una, le più di cento persone cheavevano avuto un qualche influsso nella sua decisione: maestri, guide spirituali, santi, cardinali, vescovi, pensatori, amici, famigliari, e perfino l’uomo incaricato di far brillare le mine nella cava di pietra di Zakrzowek, dove Karol aveva dovuto lavorare per non finire in un campo di concentramento.

Terminato lo schema preparatorio, mons. Sepe ed io fummo invitati a pranzo dal Papa. Aveva sul tavolo il mio dossier, e mi fece molte domande perché non era ancora del tutto convinto di quell’iniziativa. Poi, entrando nei particolari, mi chiese da dove avessi saputo (perché lui non se lo ricordava) che il giorno in cui era andato dalla Solvay al seminario per annunciare la sua intenzione di farsi prete, aveva tenuto ai piedi gli zoccoli da lavoro. “I suoi amici, Santo Padre”, gli risposi. E lui se ne convinse, al punto che anni dopo, in uno dei viaggi in Polonia, dirà improvvisando ai giovani di Cracovia: “Ma lo sapete che io passavo di qui, la mattina presto, tornando dal lavoro, e anche d’inverno portavo gli zoccoli?”. Si convinse per gli zoccoli, ma, quel ch’era più importante, si convinse a scrivere il libro. “Leifarà da narratore, e io cercherò di ricordare, da testimone, anche con dei semplici flashes”. E così fece durante l’estate, un po’ scrivendo e un po’ dettando al registratore.

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san giovanni paolo ii
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