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Stile di vita

"Prometto di onorarti"....sì, ma in che modo?

© Chaoss / SHUTTERSTOCK.com

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 08/09/15

Cerchiamo di capire bene in cosa ci impegniamo con le promesse di matrimonio

Accanto alla mia Parrocchia ha la sua bottega un pasticciere, la cui abilità è seconda solo alla generosità, visto che praticamente ogni giorno ci fornisce le paste per la mensa dei poveri, così che siamo forse l’unica mensa Caritas della capitale dove al termine del pranzo i poveri hanno paste fresche. A volte esagera perfino, e così mi trovo costretto a gestire delle meravigliose eccedenze, e per non rischiare il diabete mi faccio aiutare in questo (come in altre cose) dalle Apostole della Vita interiore.

Così, Domenica, mentre le novizie erano impegnate nel ritiro di cui Sabina vi ha già raccontato, ho portato loro i “generi di conforto” per allietare la condivisione di fine ritiro.

Ne è nata una lunga e bella chiacchierata con Sabina stessa, in un ancora piacevole pomeriggio autunnale, mentre i bimbi giocavano intorno a noi nel parco adiacente e le mamme esibivano con orgoglio pance e passeggini.

«Sai?» ho esordito «qualche giorno fa mi è capitato di celebrare un anniversario di matrimonio e giunto al momento di far loro rinnovare le promesse mi sono fermato e mi son chiesto, ma cosa significa onorare? Già, perché questi due han promesso a Dio di amarsi e ONORARSI tutti i giorni della vita, ma lo sanno cosa hanno promesso? Ci sarà ancora qualcuno, in questo mondo senza onore, capace di onorare? E secondo te, che sei donna, cosa significa per una donna onorare un uomo? E tu, come donna, da quale uomo ti sentiresti onorata? Cosa dovrebbe fare un uomo per onorarti?»

Sabi è molto più riflessiva di me, che sono tendenzialmente un istintivo, e quindi sulle prime si è limitata a guardarmi in silenzio, come se mi chiedesse: «e secondo te?»

«Per me – ho detto – c’è un aspetto pubblico e uno più intimo e privato e bisogna considerare entrambi: onorarti in pubblico significa lodarti, parlar bene di te… ma quanti sposi lo fanno? A volte sembra quasi che traggano un sottile piacere dalla denigrazione del coniuge, come se in qualche modo volessero con questo affermare una proprietà: “è roba mia e la tratto come voglio”»

«Vabbè dai, non essere così negativo – mi ha interrotto – a volte è più una forma di pudore, come un voler mascherare i propri sentimenti»

«Giusto – ho ripreso io – ma ci sarà una differenza tra il pudore e la denigrazione no? Posso accettare che non si voglia lodare troppo la moglie o il marito, ma perché non perdere occasione per sottolinearne i difetti o metterla in ridicolo?»

«A volte è come un gioco»

«Sì, ma non è un bel gioco, e poi bisogna pure vedere se l’altro non si fa male e magari subisce e non dice niente pro bono pacis»

Dopo qualche istante lei ha ripreso…

«Parlavi anche di un aspetto intimo, privato…»

«Sì: è il riconoscimento della preziosità dell’altro, in questo senso ha inevitabilmente a che fare con la stima. Non posso cioè onorare una persona se non la stimo. Per sposarsi non basta amarsi, occorre anche stimarsi, ma secondo te quante coppie che stanno insieme si stimano anche?»

«Hai ragione, la stima dell’altro è fondamentale, perché la consapevolezza di essere prezioso ai suoi occhi ci fa aprire gli occhi sul nostro stesso valore: se tu, che stimo tanto, mi stimi, allora capisco che forse valgo davvero qualcosa.»

«Molti soffrono perché non hanno avuto o sentito la stima dei genitori, ma l’onore che ti dà tua moglie può compensare questa ferita, è come una seconda possibilità che la vita ci offre, un’occasione di riscatto.»

«E solo un marito o una moglie può fare questo, la stima degli altri non vale, perché nessuno ti conosce davvero. Solo la stima di uno che sa tutto di te, eppure ti stima lo stesso, è degna di nota»

«Già, perché il mondo ti onora per ciò che fai, solo una moglie ti onora per ciò che sei.»

Mentre i bambini continuavano a ciangottare intorno a noi, il parco si andava colorando di un tramonto glorioso. Ho approfittato allora di una pausa di silenzio per ripetere la mia domanda:

«Sì, però tu non hai ancora detto la tua. Cosa è per te l’onore? Quale sarà quel valore radicale, insito in noi, che possiamo onorare sempre, a prescindere da ciò che facciamo? Cosa onorare nell’altro tanto da farci dimenticare le sue inevitabili piccinerie e fragilità quelle comuni a tutti gli umani?»

«Bhe, innanzitutto, per dirla con Chesterton, il fatto che magari tuo marito non è il “grande” che avrebbe potuto essere, ma sicuramente è un grande “avrebbe-potuto-non-essere”. Insomma, il semplice e definitivo e radicale miracolo della sua esistenza, il fatto che questa persona non solo esiste, ma è per me. In un mondo di persone chiuse in se stesse, quest’uomo mi ha notato, mi ha guardato con amore e senza chiedere nulla in cambio si è donato a me. È l’esperienza di Robinson Crusoe quando incontra Venerdì: in quel naufragio generale che è il mondo c’è un altro con cui condividere la vita. Non è per niente scontato, e non è vero che se non ci fosse stato lui un altro avrebbe preso il suo posto. Anche questo non è per nulla ovvio.»

«Hai ragione, per questo ogni uomo è immagine di Dio: perché c’è. O non è l’esserci il primo attributo di Dio, tanto primo da essere addirittura scritto nel suo nome? Nome che, bada bene, è solo malamente tradotto con “Io sono”, che sarebbe assai meglio tradurlo “Io ci sono”, cioè non semplicemente “io esisto”, ma “io sono qui per te, accanto a te”. Insomma, essere è niente, bisogna esserCi.»

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