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Hungry Hearts: nell’abisso della malattia mentale dove non tutto è “bianco o nero”

HUNGRY HEARTS - 2015 FILM STILL - Pictured: Adam Driver (Jude) - Photo Credit: Courtesy of Christie Mullen. © Wildside 2014. A Sundance Selects release.

Aggiornamenti Sociali - pubblicato il 08/09/15

Quarta opera del regista Saverio Costanzo mescola insieme melodramma coniugale e thriller psicologico

di Andrea Lavagnini

Jude è americano, Mina è italiana. S’incontrano per caso a New York. S’innamorano, si sposano e presto avranno un bambino. Si trovano così in poco tempo dentro una nuova vita. Sin dai primi mesi di gravidanza Mina si convince che il suo sarà un bambino speciale. È un infallibile istinto di madre a suggerirglielo. Per preservare questa sua natura particolare, il figlio dovrà essere protetto dall’inquinamento e da ogni contaminazione esterna, anche alimentare. Jude, per amore di Mina, la asseconda, fino a trovarsi un giorno di fronte a una terribile verità: suo figlio non cresce ed è in pericolo di vita. Per salvarlo, il padre deve fare qualcosa e in fretta. All’interno della coppia inizia allora una battaglia sotterranea, che condurrà a una ricerca disperata di una soluzione nella quale le ragioni di tutti si confondono.

Hungry Hearts – quarta opera del regista Saverio Costanzo – mescola abilmente due registri tra loro molto distinti: il melodramma coniugale e il thriller psicologico. Attraverso la storia di una giovane donna, Mina, del suo senso di spaesamento e della sua caduta nell’ortoressia, l’ossessione maniacale per un’alimentazione sana, Costanzo decide di raccontare meccanismi relazionali e devianze psicologiche che derivano, in maniera molto profonda, dalla vita nelle metropoli contemporanee e trovano una loro espressione concreta nel cibo. Il film, tratto dal romanzo di Marco Franzoso Il bambino indaco, può quindi essere letto come una parabola – forse quasi un racconto nero – sul rapporto deviato con il cibo e sulle origini dei disturbi alimentari che scaturiscono dal nostro modo di vivere le relazioni e lo spazio in cui abitiamo.

La scena d’apertura, con l’incontro casuale di Mina e Jude, offre una chiave di lettura utile per comprendere l’intera pellicola. In questa breve sequenza i protagonisti si trovano bloccati nella toilette di un ristorante cinese a New York, lui si sente poco bene e deve usare a ogni costo i servizi. Il dialogo svagato tra i personaggi sembra dare il via a una commedia, ma le domande senza risposta che rimangono ad aleggiare in un bagno da dove i due non possono uscire permettono di cogliere l’orizzonte claustrofobico in cui la coppia resterà intrappolata per tutto il resto del film. La relazione tra Mina e Jude, sembra sottolineare Saverio Costanzo, nasce sotto il presagio di una futura reclusione da cui l’unica via d’uscita possibile è creata dalla violenza, anticipata dall’irruzione con la forza del proprietario del ristorante nel bagno. Questa breve scena ci mostra una Mina completamente disorientata, afflitta da un evidente problema con il proprio corpo (e con il corpo altrui) e un Jude titubante e impacciato: la distanza tra i due personaggi, nel rispettivo rapporto con la corporeità, non riuscirà a colmarsi fino alla conclusione drammatica del film.

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