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Caso Wesolowski: non sarebbe giusto saperne di più?

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Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 03/09/15

I tanti interrogativi sulla tragica vicenda dell'ex nunzio accusato di abuso sessuale su minori e possesso di pedopornografia

Lo dico subito, e con forza, ad evitare ogni più piccolo malinteso, ogni possibile equivoco. Non intendo qui difenderemons. Jozef Wesolowski. E, a maggior ragione, non intendo assolutamente discolparlo dalle terribili accuse che gli sono state mosse. E che, se confermate, specialmente quella di averabusato di bambini, gli esseri più inermi, più vulnerabili, fanno pensare immediatamente alla verità, amara ma profonda, contenuta nel Vangelo: “Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi”.

Non voglio difenderlo, mons. Wesolowski, né tanto meno discolparlo. Voglio solo dire qualche parola di commiserazione e di pietà – parole che non ho sentito pronunciare durante la liturgia esequiale – per quest’uomo che è morto nella più assoluta solitudine. E che è morto portandosi dentro fino all’ultimo il peso di una sofferenza immane, spaventosa, per i crimini infamanti che, secondo l’accusa, aveva commesso, e che tornavano continuamente a tormentargli la memoria, la coscienza. Ma sofferenza, una grande sofferenza, anche per non aver potuto, prima di morire, dare la sua versione dei fatti, spiegarsi, spiegare…

Raccontano che a un certo momento, proprio per l’impossibilità di raccontare come fossero andate le cose, mons. Wesolowski avessepensato al suicidio, e che “solo per la fede” non fosse arrivato a quel punto estremo. Ma com’era possibile che avesse ancora dentro un barlume di fede, uno che aveva scelto di seguire Cristo e poi lo aveva tradito nella maniera più orrenda? E che cosa avrebbepotuto dire, e spiegare, un uomo che, secondo i capi di imputazione formulati dalla magistratura vaticana, si era macchiato di delitti come l’abuso sessuale su minori e la pedopornografia?

Domande, però, ormai inutili, che non avranno risposta. Ma che fanno ripensare ai tanti risvolti poco chiari di questa tragediaumana. Ai tanti dubbi e interrogativi che ha sollevato, alle tante perplessità che ha lasciato. Come gli esiti dell’indagine, con quei centomila (centomila!) files pornografici nel pc ufficiale della nunziatura vaticana. Il procuratore polacco che, ricevute le carte dell’inchiesta, non ci trova nulla che potesse giustificare l’incriminazione. Mons. Wesolowski che, richiamato da Santo Domingo, dove rappresentava la Santa Sede, vive liberamente a Roma per un anno, senza che nessuno lo convochi, senza che nessuno gli parli; e solo dopo un anno, per una serie di pressioni esterne, il Vaticano adotta il pugno di ferro – la dismissione dallo stato clericale, il clamoroso arresto, poi ancora una lunga attesa, infine l’annuncio del processo penale – e tutto questo, almeno a giudicare da fuori, per rafforzare la credibilità della poderosa azione di papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa.

Domande ormai inutili, si diceva, perché non potranno avere risposte. E comunque sollecitano, queste domande ad aprire un secondo discorso, dopo quello sulla commiserazione, sulla pietas per quest’uomo. Ed è il discorso sulla giustizia. La stessagiustizia che, per altri versi, si aspettavano le vittime dal processo di Wesolowski, però mai cominciato. Giustizia – come diceva don Fortunato Noto, un coraggioso sacerdote impegnato nella tutela dell’infanzia contro la piaga della pedofilia – nel senso di “sapere di più e di attivare i percorsi di riparazione e di guarigione di queste profonde e inumane ferite”.

Ebbene, visto che molto probabilmente ci sarà una qualche memoria difensiva che mons. Wesolowski aveva preparato per il processo, perché il Vaticano non la rende pubblica? Perché non permettere all’ex nunzio di poter raccontare, da morto, ciò che in vita non era riuscito a fare pubblicamente? Sarebbe un atto di giustizia per le vittime, anzitutto. Ma sarebbe anche – si cerchi di capire bene quel che intendo dire – un atto di giustizia per un uomo che ha lasciato questa vita con addosso la maschera del “mostro”, del “carnefice”, e così verrà ricordato per sempre.

Allora, non sarebbe giusto “sapere di più”?

Nunzio apostolico a Santo Domingo dal 2008, mons. Jozef Wesolowski, polacco, allora 65.enne, lascia improvvisamente il Paese il 21 agosto 2013. Richiamato in Vaticano, viene destituito dall’incarico, con la perdita dell’immunità diplomatica. Il perché della decisione si capisce il 2 settembre, quando una tv dominicana parla di un coinvolgimento di mons. Wesolowski in una brutta storia di abusi sessuali. Due giorni dopo, le autorità avviano una inchiesta.
Passa un anno, l’ex nunzio abita in un convitto romano; non ha subito alcuna restrizione né è stato convocato mai in Vaticano.
Nel giugno del 2014, uno dei vescovi ausiliari di Santo Domingo,di passaggio a Roma, vede Wesolowski camminare per strada; si sfoga, adirato, con dei giornalisti, e qui scoppia la bufera.
Anche perché, in quel periodo, il Presidente dominicano e il Comitato Onu per i diritti dei minori chiedono espressamente alla Santa Sede che prenda delle misure nei confronti dell’ex nunzio.
Mons. Wesolowski (sollecitato od obbligato?) si trasferisce nel monastero di San Paolo fuori le Mura. E’ territorio vaticano, niente complicazioni diplomatiche con l’Italia, e appunto qui avviene l’arresto del prelato, il 22 settembre. Portato nella Città del Vaticano, è agli arresti domiciliari nella residenza dei penitenzieri; poi ottiene di muoversi, ma sempre dentro le mura leonine.
Frattanto, si era messo in moto il processo canonico. Il 27 agosto, nel primo grado di giudizio, la Congregazione per la Dottrina della Fede emette una sentenza di condanna alla dismissione dallo stato clericale. Wesolowski fa ricorso in appello. Ma, sembra senza neppure interrogarlo, la Congregazione respinge l’appello ed emette una seconda sentenza. Che però non diventerà mai effettiva, perché il dicastero decide di emetterla solo dopo il processo penale. E così, Wesolowski morirà sacerdote, con al dito l’anello episcopale.
Ed ecco che arriviamo all’altro processo, quello penale. E’previsto per l’11 luglio 2015. Ma, al tribunale dello Stato della Città del Vaticano, l’ex nunzio non si presenta: la sera prima era stato colto da malore improvviso, e ricoverato in un ospedale in terapia intensiva. C’è solo il tempo di elencare i cinque capi di accusa, pesantissimi: dall’aver detenuto materiale pornografico, all’aver compiuto atti sessuali su adolescenti tra i 13 e i 16 anni, all’aver “serbato una condotta che offende i principi della religione e della morale cristiana”.
Mons. Wesolowski, ristabilito, ritorna nella sua abitazione vaticana. Sembra stare bene, l’avvocato difensore lo trova “sereno e disponibile come sempre a collaborare”. Ma, la mattina del 28 agosto, Wesolowski viene trovato senza vita, in poltrona, davanti alla tv. La morte, dovuta a cause naturali, era avvenuta la sera prima.

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abusipedopornografiapreti pedofili
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