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Il prete che combatte la camorra con una locanda

© igor.stevanovic / Shutterstock

Credere - pubblicato il 31/08/15

A Ercolano un ex bar della camorra è diventato la “seconda casa” per i ragazzi del quartiere

di Laura Badaracchi

Prima un pub della camorra e un luogo di spaccio, poi centro di pastorale giovanile ribattezzato La Locanda di Emmaus. Al civico 6 di via Aldo Moro a Ercolano, in provincia di Napoli, il locale confiscato alla criminalità organizzata viene affittato dal 2003 a don Pasquale Incoronato, parroco di Santa Maria del Pilar. Che lo ha trasformato in una specie di casa-famiglia, in un punto d’incontro accogliente per bambini, ragazzi, volontari del quartiere e di tutto il paese. Perché, ripete come un mantra, la sua fissazione è «mettere insieme i figli dell’agio e del disagio, dare la possibilità anche ai rampolli dei clan rivali di esplorare modelli di vita differenti e compiere scelte di vita consapevoli». Così «siamo passati dall’odore degli spinelli al profumo dell’incenso», punteggia con ironia il sacerdote.

Nel periodo estivo le saracinesche sono abbassate per il caldo ma, dietro, la porta è sempre aperta. Basta bussare e don Pasquale c’è. Si allontana solo per una settimana ad agosto sulle Dolomiti insieme ai giovani della parrocchia, per un camposcuola, poi torna dalla sua gente e La Locanda riapre i battenti per incontri, tavolate condivise, giochi. Mentre a settembre riprenderanno le attività consuete: catechesi, sala-cinema aperta a tutti, preghiera dell’adorazione del martedì, incontri con decine di ragazzi dai 14 a 30 anni, laboratori di musica e di presepi napoletani, scuola di teatro, prove di canto. E, ancora, un pranzo offerto a una trentina di bambini delle elementari una volta alla settimana e – per loro – il costante sostegno scolastico pomeridiano e in famiglia. «Alcuni hanno il padre disoccupato o in carcere, altri lo hanno perso perché ammazzato durante conflitti a fuoco tra malavitosi», riferisce don Pasquale, per tutti “padre Pasquale” o semplicemente “padre”. Che ci tiene a precisare come ogni iniziativa nasca «dalla preghiera di adorazione: al netto degli impegni, mi ritaglio almeno un’ora al giorno davanti al Santissimo Sacramento. E anche nella Locanda ho voluto una cappellina dove chi vuole può sostare a riflettere o a pregare».

Prete da 26 anni, il parroco è anche docente alla Pontificia università teologica dell’Italia meridionale e direttore dell’Ufficio di pastorale giovanile dell’arcidiocesi di Napoli.

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Non si risparmia e il tempo libero non sa cosa sia. Grazie alla solidarietà di tanti amici, dal 12 al 19 luglio ha accompagnato una trentina di ragazzini che frequentano La Locanda in un residence a Palinuro, per una vacanza al mare gratuita. Non stupisce, dunque, che alcuni bambini ormai cresciuti dicano che per loro è stato come un padre. Perché «la Locanda di Emmaus non è solo un luogo, ma un progetto e uno stile di vita improntato alla non violenza», rimarca don Pasquale. Però, proprio all’ingresso, quel segno di una pallottola che ha bucato la saracinesca ricorda l’omicidio del proprietario dell’ex pub. Il foro rimasto, tutt’altro che simbolico, oltre a essere un monito per le nuove generazioni vuole indicare a chi passa «che un posto di morte è diventato casa di vita e risurrezione». Occasione di lavoro, anche, per alcuni operatori sociali, educatori, psicoterapeuti, perché la Locanda è anche una onlus e può offrire un reddito a chi vi investe la sua professionalità.

«La scuola per imparare l’approccio con i ragazzi è stata la strada», ricorda. «Nei primi anni di sacerdozio organizzavo una specie di doposcuola per le vie, giocavo con i bambini. E ho appreso il loro linguaggio. Oggi alcuni di quei piccoli cresciuti con me mi danno una mano alla Locanda di Emmaus. Qualche settimana fa Domenico, oggi ventiquattrenne, tornando da una visita al carcere minorile di Nisida mi ha confidato dopo un lunghissimo silenzio: “Io potevo stare là e tanti di noi potevamo stare là”. A Domenico e a tanti altri giovani don Pasquale ha cercato di proporre esempi positivi di legalità, organizzando presentazioni di libri e incontri culturali con Rita Borsellino, don Luigi Ciotti. «Il tentativo è quello di dare a tutti i bambini la stessa dignità e la possibilità di scelte sane, costruttive. Colmando quella disparità sociale causata da povertà e ignoranza», sottolinea don Incoronato.

Pur riconoscendo «Cristo nei poveri», non sono mancati i fallimenti, ferite difficili da rimarginare: «Uno dei ragazzi è rimasto affascinato dalla figlia di un boss e ha iniziato a delinquere. Avevo puntato molto su di lui, invece si è perso ed è finito dietro le sbarre nel penitenziario di Poggioreale», ricorda con rammarico il sacerdote. «Altri si sono sposati, hanno messo su famiglia e ora seguo i loro figli. Ogni giorno facciamo i conti con la camorra: è ancora uno Stato parallelo. Dieci anni fa sono stato minacciato, ma pubblicamente non ho mai sfidato nessuno. Vivo sul territorio in mezzo alle pecore, anche a quelle malate e che danno calci. Ma che capiscono che stai facendo il bene per i loro figli».

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