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Spiritualità

Il botulino della religione. Davvero ciò che conta è essere belli dentro?

© Malyugin / Shutterstock

padre Gaetano Piccolo - Rigantur Mentes - pubblicato il 31/08/15

Quando la preoccupazione per le attese e il giudizio degli altri ci allontana dall’essenziale

Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto:
Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

O mio ottimo amico, tu che sei Ateniese,

cittadino d’una città che è la più grande e la più famosa d’ogni altre

per la sua scienza e per la sua potenza,

non ti vergogni, tu che ti prendi tanta cura delle tue ricchezze

perché si moltiplichino, della tua reputazione e del tuo onore,

di non darti affatto pensiero della sapienza, della verità e

dell’anima

perché questa divenga quanto più può migliore?

Platone, Apologia 29c-d
L’idea consolatoria che l’importante sia essere belli dentro convince sempre meno. Anche Platone non è più di moda! Tra le varie scene surreali de La grande bellezza ce n’è una che mi inquieta sempre particolarmente: la sala affollata, buia (almeno così la ricordo), del chirurgo estetico, che a raffica fa iniezioni di botulino (credo), ma il momento provocatorio è la comparsa, tra i pazienti, di una giovane suora, un po’ intimorita e impacciata, che aspetta insieme alle altre persone per la sua dosa di ringiovanimento. La scena ha ovviamente un forte tono provocatorio proprio a dispetto dei tanti passi del Vangelo, in cui Gesù, per motivi diversi da quelli di Platone, invoca il primato dell’interiorità.

L’ossessione per l’immagine non è solo una caratteristica del nostro tempo, è anche la metafora della debolezza umana, dell’uomo incapace di trovare in sé il proprio centro, il proprio valore, la stima di sé, è il simbolo dell’uomo che sente il bisogno di farsi schiavo delle attese altrui, del giudizio, dello sguardo, dell’approvazione sociale.

Paradossalmente, sembra dire Gesù in questo testo di Marco, la religione stessa può diventare l’emblema dell’esteriorità, l’immagine delle attese sociali a cui rispondere per essere accettati, per essere ammirati e approvati. La religione può davvero legare, come dice la sua etimologia, ma piuttosto che legare al divino, come dovrebbe, cioè piuttosto che aiutare a stabilire un legame con la divinità, rischia di imbrigliare, nel senso di non lasciare più libera la persona. La religione diventa demoniaca quando rende la pressione sociale talmente ossessiva da togliere il tempo e l’interesse per la cura della propria interiorità. Non ci si salva l’anima completando la tesserina con “i punti Paradiso”, ma rendendosi conto di quello che sta avvenendo dentro al cuore.

Non a caso, nel linguaggio biblico, il termine più usato per indicare l’essere umano è la parola LEB, cuore. L’uomo è innanzitutto cuore, cioè luogo in cui pensieri e sentimenti si incontrano. L’uomo in altre parole è libertà, capacità di scegliere, assunzione di responsabilità. Spesso, rispondere alle attese degli altri, è deresponsabilizzante. Farsi schiavi del giudizio altrui può essere comodo, vivere la fede come adesione ai proclami dei guru del momento ci esime dal prenderci la responsabilità di capire cosa vogliamo veramente e cosa ne vogliamo fare della nostra vita. L’uomo è innanzitutto cuore, cioè persona che discerne, che è consapevole di quello che si muove nel cuore. Solo chi è consapevole dei movimenti del proprio cuore è una persona libera, tutti gli altri sono schiavi moderni!

La preoccupazione per le attese e il giudizio degli altri ci allontana dall’essenziale: non può non colpirci che questo discorso sui modi di stare a tavola, sulla necessità di lavarsi le mani prima di mangiare, sulle prescrizioni da assolvere prima di sedersi, venga immediatamente dopo il lungo discorso di Gesù sul pane (cf la liturgia delle ultime cinque domeniche sul Vangelo di Giovanni, ma anche nello stesso Vangelo di Marco il capitolo precedente è quello della divisione dei pani).

Che cosa serve veramente per mangiare questo pane? La tentazione frequente e pericolosa è di credere che sono io a dover essere a posto, come se ricevere questo pane fosse un mio merito, come se fosse un risultato da raggiungere, un traguardo da conquistare. E il giudizio degli altri, il giudizio sociale, diventa il metro per misurare quanto sono adeguato.
Gesù ribalta i criteri: non mani pulite, ma un cuore puro. La decisione è tua. È al tuo cuore che devi guardare non al giudizio e alle attese degli altri. Il pane è un dono non un premio: pensa a mangiare piuttosto che a chiederti ossessivamente se ti sei già lavato le mani o se hai ancora bisogno dell’amuchina.

Leggersi dentro

  • Quanto pesa nella tua vita il giudizio degli altri?
  • Quanto sei consapevole di quello che sta avvenendo nel tuo cuore?
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