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Chomsky, Babele e il silenzio

© Public Domain / Wikimedia

Quotidiano Meeting - pubblicato il 26/08/15

Il padre della linguistica contemporanea interviene sulle nuove frontiere del pensiero e della scienza «Gli interrogativi più semplici richiedono le risposte più potenti». Con lui il neuroscienziato Moro e l’astrofisico Bersanelli

Di Margherita Dahò e Alessandro Caprio

Quando studiava, all’apice del periodo strutturalista, sembrava che i problemi del linguaggio fossero quasi risolti dalla scienza. Oggi il quadro non potrebbe essere più diverso, «per i misteri che permangono e forse vi permarranno per sempre». Noam Chomsky, tra i massimi conoscitori del linguaggio contemporanei, ideatore della rivoluzionaria teoria della grammatica generativo-trasformazionale, è uno degli ospiti più attesi di questo Meeting.

Il New York Times lo ha definito il più grande intellettuale vivente. Il grande studioso ottantaseienne non è potuto intervenire di persona in fiera, come previsto, a causa di un incidente domestico che gli ha causato la rottura di tre costole. In collegamento in diretta da Boston, ha dato un quadro affascinante della storia del pensiero e della linguistica, provocato sul tema “Stupirsi di fatti semplici: il linguaggio dell’uomo e i limiti della comprensione”. A introdurlo un linguista e un astrofisico: il suo allievo e amico Andrea Moro, che l’ha invitato a Rimini, e Marco Bersanelli, che al Meeting è di casa. Che informazioni si stanno passando i nostri neuroni in questo momento? Fisicamente di cosa è fatto il linguaggio? E cosa succede nel nostro cervello quando parliamo senza emettere suoni? Alcune recenti scoperte illustrate da Moro mostrano che il linguaggio resta, in qualche modo, nella nostra la testa.

Potremmo definirlo “il suono del pensiero”, la sorpresa del silenzio. Il linguaggio si fonde con il pensiero. Anche in assenza di parole le onde elettriche dei neuroni sono le stesse di quando i suoni li emettiamo parlando. Che conseguenze potremmo trarre da questa scoperta? Moltissime, come aiutare un afasico a recuperare la parola oppure, carpire un se greto da qualcuno. Cosa si nasconde dietro al mistero del linguaggio? E fino a che punto la scienza può conoscerlo? Negli ultimi anni la comunità scientifica ha fatto passi in avanti enormi, aprendo nuove domande che restano tuttora aperte. «Sono proprio le domande più semplici – esordisce Bersanelli – a richiedere le risposte più potenti».

Chomsky non si tira indietro e ripercorre il percorso storico e scientifico del linguaggio dall’antichità ai giorni nostri. La grammatica universale è una proprietà della specie emersa negli ultimi 100mila anni. Sono temi affrontati dai più grandi filosofi e scienziati nella storia: da Cartesio a Leibniz, da Newton a Broca, fino alla “teoria della calcolabilità”, che negli anni ‘50 apre la strada alla formulazione delle proprietà di base del cervello. In sintesi i fautori di questo pensiero, che paragonano la mente a una macchina, sono convinti di essere a un passo dalla risoluzione definitiva del linguaggio. Chomsky mette in crisi questa teoria e rimette al centro l’uomo, le sue capacità e la sua libertà. Il nostro cervello usa mezzi finiti in infiniti modi, possiamo conoscere in modo approfondito gli strumenti, anche dal punto di vista neuroscientifico, ma non l’origine.

«Conosciamo la marionetta e i fili, ma non sappiamo niente del burattinaio», e un ruolo importante in questo ce l’ha la nostra storia, la nostra esperienza, che ci può «spingere, ma non costringere». Dobbiamo essere provocati dalla nostra “mancanza”, quell’incapacità di conoscere i segreti ultimi della conoscenza. «L’idea che ci siano dei confini al sapere, a volte viene considerata una forma di misticismo. Ma il vero misticismo sta nella convinzione che la nostra capacità di conoscere sia invece infinita», spiega Chomsky. C’è stata un’esplosione di studi sul linguaggio in questi anni e siamo arrivati a una profondità mai vista prima. Nuove scoperte hanno portato a nuove domande. La questione rivoluzionaria che ci si pone oggi, secondo Moro, è se anche le regole del linguaggio dipendano dal cervello, che sa distinguere tra principi possibili e impossibili. Le grammatiche non sono software inerti, ma qualcosa di vivo, in continuo divenire. «La ricerca dei prossimi anni dovrà capire da dove arriva l’ordine delle grammatiche».

Di certo, quella del linguaggio, è una «possibilità distintamente e unicamente umana», sottolinea Bersanelli, che si realizza nel singolo e non è determinata a priori, ma solo suggerita dalla realtà. Per svilupparsi e compiersi ha però bisogno di una relazione e di un rapporto. Il pittore è il soggetto e resta ineffabile, anzi, «più si studia, più emerge questa ineffabilità». C’è un mistero ineliminabile, una mancanza, un limite che non è frustrazione o caduta nell’irrazionale, ma che sprona ad andare avanti nella ricerca della bellezza e del significato di tutte le cose.

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