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Liberateci dall’amore perfetto

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Ragazzi coppia amore
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La riflessione di una psicanalista cristiana

di Anne-Marie Saunal*

Nello studio dello psicologo o dello psicanalista, di seduta in seduta, anno dopo anno, uomini e donne parlano, gridano, piangono solo di questo: d’amore. Amati male, amati troppo, non amati per se stessi o, peggio, non più amati. A sessant’anni, Laure, segnata da una madre anaffettiva e da un marito taciturno, vorrebbe riuscire ad amare meglio gli altri. Dominique invece ha rotto con la sua famiglia per vivere una passione divorante e mortale e si ritrova solo e smarrito. Alban, sui cinquant’anni, riesce ad amare solo persone giovani della metà dei suoi anni. Sono questi, tra tanti altri, gli uomini e le donne che entrano nel mio studio.

Ad ascoltarli, giorno dopo giorno, scopro continuamente che amare è di una complessità incredibile! Ma è poi possibile amare? Chi ama, in me, quando ritengo di amare? È la mia anima, il mio cuore, o quella parte infantile di me, quello straniero dentro di me, sconosciuto, chiamato “inconscio”? Chi crede di amare o ama dentro di sé? Amo come soggetto, o qualche cosa del mio primo grande amore di neonato (per la madre) si ripete in me, facendomi rivivere quella che si chiama la relazione di oggetto? Sono in comunicazione, in comunione con l’altro, sono soggetto del mio desiderio o sono ancora nella fusione madre-figlio? Posso amare a mio modo, se è vero – e lo è – come scrive Sigmund Freud, che si ama come si è stati amati (dai propri genitori)?

Difficile raccapezzarsi in tema d’amore, ancor di più se si è cristiani, poiché in qualche modo si è “obbligati” ad amare gli altri. Tenuti ad amare il prossimo e, per di più, come se stessi! Il comandamento è di un’esigenza incredibile, irraggiungibile umanamente, a meno di restare in stato di preghiera perpetua. E inoltre genera un senso di colpa nei miei pazienti credenti, tanto più forte quando si trovano sotto il giogo di un Super Io esigente, o addirittura tirannico e crudele. Riuscire ad amare è non solo il risultato di un buon equilibrio psichico ma anche di uno sguardo amoroso, adeguato e “narcisizzante” dei genitori su di sé nei primi anni della propria vita! E di questo non si è responsabili. Freud lo ricorda scrivendo che lo scopo di una cura è arrivare ad amare e a lavorare! Ma come fare, se la propria nevrosi, o peggio la propria psicosi, impedisce di decentrarsi? Impossibile? A meno di avere uno sguardo diverso su questo mistero psichico che è l’amore.

La religione cristiana e la psicanalisi lo fanno in termini diversi. Si tratta di operare un rovesciamento: la forza e la qualità dell’amore risiederebbero non nella sua perfezione ma nella sua fragilità, nella sua debolezza riconosciuta ad accettata.

« Rien n’est jamais acquis à l’homme,  ni sa faiblesse, ni son coeur, et, quand il croit ouvrir ses bras, son ombre est celle d’une croix  (Nulla appartiene all’uomo né la sua debolezza, né il suo cuore,  e, quando crede di aprire le braccia, la sua ombra è quella di una croce)» scriveva Louis Aragon.

Si dà solo quello che ci è mancato, quello di cui si manca; il nostro bisogno e la nostra domanda d’amore, spesso inestinguibile, quando le carenze affettive sono state vissute nell’infanzia… Non si può pretendere di essere amanti se non accettando l’idea che si ama sempre male, troppo o non abbastanza. Che definitivamente l’essere umano è incapace di amare di puro amore, di amare idealmente.

Amare è un movimento di rinuncia a tenere tutto sotto controllo, di abbandono, di affidamento di sé a un altro, di accoglienza delle fragilità dell’altro, delle strane fragilità dell’altro, differenti dalle proprie, e di svelamento delle proprie fragilità… Ma, in quanto cristiana, testimonio che nessun amore potrebbe essere ridotto ad una patologia psichica, che ogni amore, per quanto povero e patologico possa essere, contiene un frammento di infinito, una scintilla divina… Ognuno dei nostri amori è un’avventura rischiosa che ci insegna che amare ha l’unico e solo scopo di amare. E che solo l’amore ci rende vivi e ci resuscita.

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