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Dare un corso e un limite alle cose non è limitarsi moralisticamente

<a href="http://www.shutterstock.com/pic.mhtml?id=105430253&amp;src=id" target="_blank" />Sea shell with pearl on sand</a> © Africa Studio / Shutterstock

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 20/08/15

Se l'inno che stiamo contemplando ci invita a irrigare i deserti della nostra anima con questa acqua viva allora vuol dire che vivere così è possibile! Non è un inganno, né una presunzione, possiamo davvero essere una terra, cioè una corporeità, pienamente integrata, come quella di Gesù. Non sarà forse anche questo il senso di quel “corpo spirituale” che ci attende alla fine dei tempi? Non sarà anche questo quel “vivere da risorti” di cui parla S. Paolo?

Scrive S. Giovanni Paolo II: “Nella redenzione tutto diventa nuovo. All'uomo in un certo senso viene ridata la sua maschilità, la sua femminilità, la capacità di essere per l'altro, la capacità dell'essere reciproco nella comunione”. Perché allora vivere come se fossimo ancora schiavi del peccato? Dio non ci ha dato uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da Figli liberi, per gridare con tutta la nostra vita, con tutta la nostra terra, Abbà Padre (Cfr. Rom. 8,15 ma tutto il capitolo è significativo in questo contesto).

Una sola cosa devi temere perciò, ed è di non seguire lo Spirito, perché se segui la legge sei ancora dentro l'orizzonte della carne, e ne resti quindi condizionata e schiava, se invece segui lo Spirito sarà questo a mettere ordine, a dare un corso e un limite alle acque rendendole così feconde per irrigare l'anima (Cfr. Gal. 5). Anche S. Giovanni Paolo II, in una lettera a Wanda Poltawska, parlando del rapporto tra Giuseppe e Maria e per estensione di ogni amicizia, commenta le parole dell'angelo a Giuseppe: “non temere di prendere con te Maria” con un concetto analogo: “Temi solamente una cosa: di non appropriarti di questo dono, questo solamente temi. Per tutto il tempo che lei rimane per te il dono di Dio stesso, puoi gioire tranquillamente di tutto ciò che quel dono è. Anzi, di più, dovresti fare tutto ciò che è in tuo potere (…) per mostrarle che dono irripetibile è. Dio vuole che tu le dica proprio ciò in cui consiste il suo valore irripetibile, nonché la sua particolare bellezza. In questo caso non temere il tuo compiacimento”.

5) Dal cuore trafitto

C'è un'ultima cosa da sottolineare: nell'inno si dice che i fiumi di acqua viva sgorgano da Cristo, sgorgano cioè dal Suo costato trafitto, dal suo cuore ferito. Questo ci dice che non è possibile ricevere tutta questa Grazia se non passando attraverso la crocefissione. Anche la terra deve essere in un certo modo ferita perché l'acqua possa sgorgarne. Anche l'acqua che sale dalla terra dovrà passare attraverso quella ferita per ricevere il corso e il limite.

È per questo che Mosè deve percuotere il mare con il suo bastone, è per questo che deve gettare un legno nelle acque di Mara, perché è il legno della croce che traccia una via in mezzo alle acque caotiche del nostro inconscio, ed è sempre il legno della croce che le rende potabili, cioè utili alla vita.

Non si può vivere da risorti senza prima morire. Non si può dominare il mare che abbiamo dentro senza essere morti d'amore, perché questo significa la croce, amare fino a morire. È questo amore sovrabbondante, eccessivo, che ci farà da guida, che aprirà la strada per noi attraverso il mare, simbolo di morte per gli egiziani, ma per noi unica via alla salvezza. In mezzo al caos dei nostri sentimenti e dei nostri istinti l'amore della croce è la sola guida sicura, la sola via aperta.
Alla fine dei conti è la croce il vero test che dice la verità di tutto questo discorso. Senza croce sarebbe tutta un'autoillusione un po' new age, oppure, che è lo stesso, la presunzione di vivere da déi senza Dio, sarebbe cioè la pretesa di sottomettere il proprio inconscio unicamente con le proprie forze.

Ma l'acqua che sgorga dal costato di Cristo sgorga insieme al sangue. Non c'è acqua senza sangue, perché non c'è amore più grande di quello di chi dà la vita. Se amiamo seriamente, l'amore spezzerà il nostro cuore. Chi non ha mai sofferto non ha mai amato, ma solo da un cuore spezzato, solo da una terra ferita può sgorgare l'acqua pulita che irriga e feconda i deserti dell'anima. Chi fugge dal dolore non fiorirà mai, resterà midbar, terra arida ed infeconda, per tutta la vita, chi invece lo abbraccia, chi è disposto a perdere la sua vita per amore, diventerà “come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono” (Is. 58,11).

Se dunque è l'amore crocefisso la via e la chiave per irrigare i deserti dell'anima con i fiumi di acqua viva allora quella riflessione iniziale sul corso e il limite, sulla misura delle cose acquista un senso nuovo e totalmente differente, poiché come dice S. Bernardo: “la misura dell'amore è amare senza misura”, allora dare un corso e un limite alle cose non è limitarsi moralisticamente, vietarsi di amare rimanendo confinati nella paura, ma proprio al contrario è permettere alle proprie potenze interiori di esplodere in tutta la loro vitalità, senza più timore perché l'amore perfetto scaccia il timore (Cfr. 1Gv. 4,18) ed abbiamo ormai compreso la verità di noi stessi, la giusta direzione da dare alla nostra vita.

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Tags:
sessualitàspiritualitàstile di vita
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