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Dare un corso e un limite alle cose non è limitarsi moralisticamente

<a href="http://www.shutterstock.com/pic.mhtml?id=105430253&amp;src=id" target="_blank" />Sea shell with pearl on sand</a> © Africa Studio / Shutterstock

don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 20/08/15

Diversamente da Achab, egli è un uomo semplice e per questo naturalmente umile: “Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l'umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non comportava la perdita del vero orgoglio”, ma proprio per questa umiltà naturale, spontanea, egli accetta e conosce il mare e i suoi ritmi e le sue stagioni e sa vivere in armonia con esso, fino a chiamare amico il pesce che uccide.

Così solo chi è umile può vivere in armonia con la Creazione, con se stesso, con il proprio corpo, con il mare che perennemente si muove nel profondo dell'anima, mentre il superbo, colui che si crede potente, vive in una continua lotta contro se stesso nel vano tentativo di uccidere il mostro che intuisce abitare nel fondo delle proprie acque..
Ma Dio è colui che sottomette il mare! Tutta la Creazione Gli appartiene, tutte le forze del mondo, comprese quelle inconsce, sono Sue. Per questo tra rifiuto e abbandono ci si offre una terza via.

Egli è Colui che cammina sulle acque: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (Mc. 4,41). Anche il libro di Giobbe presenta come un grande mistero il dominio di Dio sul mare: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde»?” (Gb. 38,8-11). E fin dall'inizio lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Sì, Dio, il Creatore è Colui che sa dare un corso e un limite perfino al mare, che sa armonizzare tutte le forze, anche quelle dell'inconscio. Colui che prende per la briglia Moby Dick e lo governa. Non per nulla la Bibbia dice che ha creato il Leviathan come il suo giocattolo (Sal. 104,26).

È così bello che sia stato Lui a dare un corso e un limite all'impeto del mare! Significa che non devi farlo tu. Il tuo compito non è dominare le forze oscure che si agitano dentro di te, ma rintracciare le leggi che per esse ed in esse sono state già poste nella Creazione, le leggi legate al tuo corpo, alla tua femminilità, alla tua affettività, e riscoprirle e farle tue.
Non sei tu a dare la misura alle cose, non sei tu a dirigerne il corso, non spetta a te inventarne il senso… quanto è riposante tutto questo, quanto è dolce abbandonarsi nell'armonia della Creazione!

Eppure una volta che queste leggi sono state esperite e comprese occorre pur governarla questa umanità, perché c'è poi tutta una vita da vivere. È ben per questo che il creatore ha voluto che Adamo fosse il custode del giardino. E il giardino è certamente il mondo, ma in particolare nel mondo il giardino sei tu, sei tu la prima e più importante parte del mondo che ti è stata affidata da custodire e governare, tu e la tua femminilità, i tuoi sogni, i tuoi desideri, la tua carne.

Ascolta allora la seconda strofa del nostro inno:

2) La terra e la fecondità

Nella seconda strofa l'inno continua:Tu all'aspre solitudini/ della terra assetata/ donasti il refrigerio/ dei torrenti e dei mari e così un secondo simbolo intreccia il suo volo con il primo.

La terra, come l'acqua, è un archetipo potente, primordiale. La terra è il corpo, la terra è il duro lavoro, è la realtà, la civiltà, la famiglia. Dove il mare evoca una immagine di libertà ed al negativo di caos, la terra evoca una immagine di stabilità, di solidità, di tutto ciò che è ben piantato. Naturalmente anche questo simbolo ha un suo doppio negativo che è la quiete della morte, la stabilità che diventa fissità, rigore, pesantezza.

La prima cosa da dire è che la terra emerge dalle acque, in un certo modo ne è figlia: “Hai fondato la terra sulle sue basi, mai potrà vacillare. L'oceano l'avvolgeva come un manto, le acque coprivano le montagne. Alla tua minaccia sono fuggite, al fragore del tuo tuono hanno tremato. Emergono i monti, scendono le valli al luogo che hai loro assegnato. Hai posto un limite alle acque: non lo passeranno, non torneranno a coprire la terra” (Sal. 104,5-9). Terra e acqua quindi sono simboli relativi, non stanno da soli: la terra si raggiunge e si riceve in dono sempre attraverso l'acqua, la solidità delle scelte è figlia della libertà caotica dell'inconscio. Anche per giungere nella Terra Promessa Israele dovrà attraversare il mare.

In questo inno, comunque si parla di una terra che ancora è deserto, ancora è aspra solitudine. Non è ancora heretz, la terra umanizzata, lavorata, resa docile dalla fatica umana, resa casa accogliente. È midbar, la terra primordiale, come un grembo materno, come un utero in attesa di essere fecondato. E la cosa sorprendente è che questo grembo resterebbe infecondo senza il refrigerio dei torrenti e dei mari.

La stabilità della terra ha bisogno della libertà del mare; la corporeità, la realtà, ha bisogno della fantasia, dell'immaginazione.

Senza questo incontro non c'è fecondità: l'acqua senza la terra si spande senza misura né senso, ed inevitabilmente si perde senza costruire nulla, la terra senza l'acqua resta immobile e fissa e non può generare nulla. La terra senz'acqua resta midbar, deserto, il luogo dove non c'è vita, ed è assetata perché sa di non poter generare ed anela alla fecondità.
La tua terra, il tuo corpo, la tua umanità, la tua realtà, senza le acque che si agitano nel tuo profondo resta senza vita e la fecondità, che pure desideri con tutta te stessa, ma non puoi darti da sola, è impossibile senza attingere a quelle fonti ctonie che sono nel tuo intimo.

Quanti preti, quante suore, restano infecondi nel loro ministero proprio perché non hanno il coraggio di attingere a queste sorgenti!

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sessualitàspiritualitàstile di vita
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