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Stile di vita

Woody Allen: «non credo a Dio, devo distrarmi per non disperare»

© Public Domain

Unione Cristiani Cattolici Razionali - pubblicato il 19/08/15

L'onesta confessione di un brillante regista

E’ disarmante l’onestà del celebre regista Woody Allen, ben capace di trasmettere nei suoi film il cinismo nichilista che lo contraddistingue da tempo.

Spesso al centro mediatico anche per la sua vita privata, nel 1992 la donna con cui aveva una relazione, Mia Farrow, affermò che la piccola figlia Dylan le raccontò di essere stata vittima di un abuso sessuale da parte di Allen. Poco tempo dopo la donna trovò delle fotografie pornografiche della figlia Soon-Yi scattate da Allen, il quale ammise di avere una relazione con la figliastra. Effettivamente nel 1997 Allen sposò la figliastra 19enne. L’anno scorso Dylan, 28 anni, ha ribadito le accuse di violenza sessuale da parte del padre.

In una recente intervista, ne avevamo parlato, il regista aveva affermato«Riesco a sopravvivere distraendomi. È una via di fuga, lo so, ma funziona. È il mio modo di illudermi e tenermi occupato per non cadere nella disperazione di fronte al lato più oscuro delle cose. Posso correre sul mio tapis roulant ogni mattina e mangiare cibi sani, ma alla fine la morte verrà a prendermi».

Pochi giorni fa ha ribadito il suo pensiero spiegando di concepire l’uomo come un essere «fragile e incapace di accettare la realtà, la morte, il non senso della vita, il nulla che inghiottirà lui, il mondo, il sole, l’universo… Shakespeare, Michelangelo, Beethoven… Tutto destinato a sparire. E allora, per cercare di andare avanti l’uomo si inventa delle illusioni, la religione, la politica, la speranza che, in cielo o in terra, ci sarà un Paradiso. Idee che nulla hanno a che vedere con la ragione, ma che talvolta servono. Non a caso la maggior parte dei sopravvissuti ai campi di sterminio erano comunisti convinti oppure cattolici. Anche se non ha fondamento, la fede aiuta a campare». Lui invece, che di fede non ne ha, è costretto a distrarsi continuamente dall’urgenza della vita: «Fare film è la mia distrazione meravigliosa. Sul set sono io a decidere storie, amori, vita e morte. E quando non giro vado al cinema. Un’ora e mezza con Fred Astaire allontana l’incubo delle malattie, dell’ospizio, della fine».

E’ apprezzabile l’onestà di Allen che non inventa una illusoria noncuranza delle domande esistenziali, dello stringere del destino, del senso religioso che richiama costantemente l’uomo a fare i conti con il significato dell’esistenza. Ha anche ragione quando sostiene che se l’uomo si affida alla religione o al Paradiso come via di fuga dalla crudeltà della vita sta vivendo un’illusione che nulla a che vedere con la ragione. Tuttavia non si è accorto che definendo irrazionale questo tentativo di scappare dalla realtà è finito con ammettere l’irrazionalità della sua stessa fuga quando si rifugia nell’arte del cinema.

L’accusa di credere in Dio per scongiurare la morte deriva dal pensiero di Freud e Feuerbach ma, come ha ben spiegato il gesuita e psicologoGiovanni Cucci nel libro Esperienza religiosa e psicologia (Elledici 2009), «non è così, altrimenti l’uomo potrebbe sempre condurre le cose a suo piacimento e la crisi non lo toccherebbe mai: esiste invece l’esperienza dell’aridità, la richiesta a Dio di venire, di farsi conoscere, l’attesa per la sua rivelazione» (p. 252). Oltretutto, come abbiamo già detto più volte, tale accusa cade nell’errore di scambiare la causa con uno degli effetti: la fede nel Dio cristiano nasce grazie alla Sua rivelazione all’uomo che ha reso la vita piena di senso, “qui e ora”.  Se poi la fede aiuta anche a vivere meglio il momento della morte grazie alla speranza dell’Aldilà questo è un effetto secondario, non certo la causa della sua origine. Anche l’essere più caritatevoli e attenti ai bisognosi rispetto a prima è solitamente una caratteristica di chi si converte al cristianesimo, ma nessuno giustamente afferma che l’occuparsi dei poveri è la causa dell’origine della fede. Le conseguenze non vanno confuse con la causa e viceversa.

La letizia del cuore di chi ha incontrato Cristo non è un’illusione, permette davvero di affrontare la vita nella sua interezza senza doversi rifugiare nel cinema, nella droga e in altri idoli e surrogati di Dio, che non mantengono la promessa di distrarci davvero dal nostro io. Anche noi possiamo invitare Allen a “venire a vedere” in prima persona, così come Gesù disse ai primi due discepoli. Questo è il metodo cristiano: invitare gli altri a sperimentare e coinvolgersi in prima persona«Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,36-39).

QUI L’ORIGINALE

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