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Quando papa Wojtyla parlò a 80 mila giovani musulmani

© JEAN-CLAUDE DELMAS / AFP

Gian Franco Svidercoschi - Aleteia - pubblicato il 19/08/15

L’anno dopo, primo Papa nella storia, Giovanni Paolo II entrò in una sinagoga, a Roma; quindi, convocò ad Assisi la Giornata mondiale di preghiera per la pace. E anche con l’islam le relazioni migliorarono considerevolmente, tanto che, sempre per la prima volta, il Papa entrò in una moschea, quella degli Omayyadi, a Damasco, il 6 maggio del 2001.

Passarono solo pochi mesi, e, a bloccare quei progressi, arrivò l’attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Tutto fece pensare – e, in una certa misura, sicuramente lo è stato – all’inizio di una vera e propria offensiva per attaccare al cuore l’Occidente. Ma, in realtà, il terrorismo di al-Qaida e di Osama bin Laden non era altro che la punta dell’iceberg, la spia di una ripresa su vasta scala dei fondamentalismi islamici, e, prima ancora, del conflitto, interno all’islam, tra sunniti e sciiti, tra Iran e Arabia Saudita per la supremazia politica regionale.

E, da lì, è cominciata una tragedia infinita, nella quale l’Occidente – sia per le disastrose iniziative belliche anglo-americane, sia per i compromessi sottobanco imposti dal “ricatto” del petrolio – si è fatto sempre più coinvolgere, aggiungendo un fattore di instabilità in più per la comunità mondiale. E intanto, ancora irrisolto lo scontro israelo-palestinese e rivelatesi effimere le “primavere” arabe, la situazione mediorientale èandata via via precipitando. E, proprio dall’aumentare della frammentarietà, della conflittualità e dei dogmatismi, è nato loStato islamico (IS), poi il Califfato, con i jihadisti che si sono già resi responsabili di stragi orrende e di una pulizia etnica senza precedenti. E, le prime a patirne drammaticamente le conseguenze, sono state le comunità cristiane, ormai quasi cancellate – per i massacri o gli esodi forzati – dalle terre che abitavano da sempre.

Ed ecco perché, a fronte di questa tremenda spirale di odio e di violenza, bisogna ricordare e riproporre l’incontro di Casablanca di trent’anni fa, tra Giovanni Paolo II e gli 80 mila giovani musulmani. Quell’incontro, infatti, dimostrò come fosse possibile – e, dunque, può esserlo anche oggi – una diversa lettura dellastoria islamica. E cioè, è possibile leggere il Corano, non come un manuale di guerra, ma come il libro sacro di Allah, Dio della clemenza, della misericordia, e dove la parola “pace” viene ripetuta 51 volte. E’ possibile verificare che c’è stato anche unMaometto pacifico, almeno nel primo periodo della sua avventura. E’ possibile scoprire che l’islam non è sempre stata solamente una“religione della lotta” (come sostiene il capo dell’IS, Abu Bakr al-Baghdadi), ma che per lunghi tratti della sua storia è stata in pace al suo interno e, all’esterno, con altri popoli, con altre religioni, in particolare con l’ebraismo.

Sarà il futuro – specialmente alla luce del recente accordo di Vienna sul programma nucleare iraniano – a dire se potranno spuntare nuovi scenari nel Medio Oriente. Se l’orrore suscitato dalle stragi terroristiche provocherà un soprassalto nella coscienza collettiva del mondo arabo. Se l’islam, trovando un minimo di atteggiamento unitario, avrà la forza di confrontarsi con la modernità, di costruire un proprio Rinascimento. Ma è evidente che, se nell’islam si mettesse in moto un processo di cambiamento, avranno un ruolo decisivo – e qui ritorna di nuovo l’attualità dell’incontro di Casablanca – i rapporti tra le religioni. Ciascuna, naturalmente, conservando la propria eredità spirituale. Ma senza più rivalità. Senza lasciare che la fedetorni ad essere, come purtroppo è stata, fonte di intolleranze, di dissidi, di guerre.

Altrimenti, se le religioni continueranno a contrastarsi, a combattersi, o anche solo a ignorarsi, come sarà possibileconvincere i popoli, gli uomini, a incamminarsi nuovamente sulle vie di una vera pace?

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islamsan giovanni paolo ii
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