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Che cosa significa “meditare” per un cristiano?

© Steve Evans / CC
https://www.flickr.com/photos/babasteve/3405971322
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Della meditazione in ambito cristiano abbiamo testimonianze già nei padri del deserto come nei monaci dei cenobi medievali

«Fra le pratiche devote giornaliere spontanee (si notino questi aggettivi che non sono pleonastici) bisogna che ce ne sia una più forte delle altre e capace di mettere nell’uomo un buon fondamento a tutto l’edificio spirituale. Tale sarà un’ora di orazione mentale, fatta impreteribilmente ogni giorno, e con i seguenti requisiti: 1° che sia un’ora intera; 2° che sia continua; 3° che sia fatta senza libro, ma con la sola mente e con il cuore…». Questo insegnamento non è a noi lontano, né nel tempo né nello spazio. È dovuto ad Antonio Rosmini, uno degli spiriti più illuminati del secolo scorso. E ciò nonostante dobbiamo dire che la pratica della meditazione non brilla nella cultura dell’Occidente, ché anzi ha conosciuto un lungo periodo di crisi. Il suo esercizio si è impoverito e i suoi adepti si sono oltremodo rarefatti.

Quali le ragioni? Una di esse è sicuramente da ricercarsi nel pragmatismo, nonché nell’esaltazione della ricerca empirica e nello sviluppo tecnologico che hanno accentuato il potere della ragione e dell’azione a scapito dell’interiorità e del silenzio. Dire meditazione significa oggi per molti trasferirsi spontaneamente in Oriente, dimentichi che anche l’Occidente ha molto da insegnare in merito.

D’altra parte non si può negare che l’incontro con l’Oriente ha portato a uno spostamento d’accento anche all’interno della stessa tradizione cristiana, per cui:

– dalla meditazione intesa come riflessione sull’uomo, il mondo, Dio, compiuta nella considerazione degli avvenimenti della vita, nell’ascolto della propria coscienza o attraverso la penetrazione della Scrittura (meditazione discorsiva), si passa o si torna sempre più

– alla meditazione intesa come esercizio di immersione nell’io profondo, per cogliervi la presenza del divino in esso racchiusa, per mezzo del simultaneo concorso, opportunamente disciplinato, del corpo, della psiche e dello spirito (meditazione esistenziale).

Questi due modi di meditare tuttavia non si escludono, ma si richiamano a vicenda e si arricchiscono reciprocamente.

Secondo una terminologia divenuta classica nella spiritualità dell’Occidente, per “orazione mentale” o meditazione in senso lato s’intende un triplice processo di tipo discorsivo-immaginativo, affettivo e contemplativo.

Sulla scia di una lunga tradizione, che mutua termini e concetti dalla lectio divina o lettura orante della Bibbia praticata nei monasteri, Francesco La Combe, un mistico del secolo XVII, definisce l’orazione mentale come «una devota applicazione della mente a Dio, che si attua nell’intimo del cuore e comporta il silenzio delle labbra».

Quanto ai suoi diversi momenti, egli li fissa in questi termini:

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