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Vi dicono che Cristo è un mito, come Krishna? Raccontate allora la storia di don Enelio Franzoni

© Public Domain

Il Timone - pubblicato il 18/08/15

Alcuni di loro avevano una moglie, che li attende; altri, fratelli e sorelle. Tutti hanno una mamma. Una mamma che ha amato ciascuno di loro singolarmente, per nome, e che non si accontenta di sapere mescolato suo figlio da qualche parte nella terra siberiana. Ogni mamma vuole avere suo figlio, proprio lui, perché vuole bene a lui; e vuole una tomba su cui andare a parlargli. A lui solo». 

Una risposta cattolica, italiana e romana.

Kruscev diede il permesso alle esumazioni; delegazioni di genitori, guidate da don Enelio Franzoni, andarono sui luoghi e poterono riportare a casa le ossa dei loro figli. Naturalmente, trovarono altre ossa di soldati italiani; sconosciuti, non annotati dal don Emidio, non reclamati da una mamma, probabilmente morta nel frattempo. 

Don Enelio portò in Italia anche quelle ossa senza nome. Le fece mettere in un sacrario militare, e sopra vi fece scolpire, in caratteri grandissimi, una frase del profeta Isaia: 

«Ego vocavi te nomine tuo». 

È Dio che parla così: «Ti ho chiamato per nome». Ti ho chiamato con il tuo nome. 

Il che vuol dire: anche se la tua mamma non c’è più a chiamarti, tu singolarmente, unico, Io conosco il tuo nome, soldato. Anche se tutti l’hanno dimenticato, Io ti ricordo – ricordo il tuo nome singolo, unico e personale – perché ti amo, soldato, più della mamma. Tu sei mio figlio, soldato. Ti ho chiamato col «tuo» nome, il nome tuo – personale, per me unico – perché te l’ho dato io. Unico, benché siete in tanti. Non vi amo «tutti»; vi amo uno per uno. 

Ecco, signora turbata da miscredenti fatui, la mia «prova» che Cristo non è un mito. Non voglio nemmeno provare che Cristo è esistito nella storia, duemila anni fa; sarebbe troppo poco. 

La «prova» è che Cristo è qui, ancora oggi. E la prova è don Enelio Franzoni, soldato più coraggioso di un samurai – tanto da rifiutare la liberazione – e più tenero di una mamma italiana. 

Una mamma italiana è parziale: ama suo figlio anche se è un mascalzone, perché è «lui». Don Franzoni non vedeva peccatori tra quei suoi figli, che conosceva uno per uno; vedeva dei sofferenti; vedeva degli amati, e li ha restituiti uno per uno. 

Don Franzoni Enelio ha fatto questo convinto di dover imitare – nei limiti delle forze umane, nell’impotenza di prigioniero – il Dio a cui credeva; di imitare Cristo, il modo specifico di amare che ha Cristo: guerriero più di un samurai e parziale come la mamma che ci chiama uno per uno.

Capisco che questa non è una dimostrazione che si possa opporre a fatui miscredenti da ufficio, che straparlano di Krishna e di Horus. Non è un’argomentazione razionale, o nutrita di dati storici e reperti archeologici. 

La fede non si afferma con metodi intellettuali, signora: la fede è essenzialmente «azione», coraggio eroico, imitazione della misericordia di Quello che salì sulla croce per ognuno di noi (che non lo meritiamo). 

La prova dell’esistenza reale ed attuale di Cristo sta in personaggi coraggiosi e in persone d’azione, come don Franzoni o padre Pio. E in altre migliaia di imitatori di Cristo che amano irragionevolmente, come una mamma, chi non lo merita: persone ignote, che la Chiesa non santifica, ma di cui Dio conosce il nome, perché in ogni momento storico, coi loro limiti e superando i loro limiti, testimoniano Cristo incarnandolo.

Per questo, signora, benché ancora il Nirvana mi affascini e senta in esso una profonda verità, sento che Cristo e la sua salvezza hanno qualcosa di radicalmente diverso da quel che può; offrire Buddha, o Horus o Krishna.

È anche la mia personale speranza: io sono un figlio mascalzone, non ho amato mia madre come lei mi ha amato; l’ho trascurata, ed ora che è morta, non posso più rimediare; non ho fatto nemmeno un millesimo di quel che ha fatto don Enelio, né ho esercitato in azioni un milionesimo del suo amore. 

Ma ho una speranza: mia mamma mi ha amato anche come sono; ma può darsi che Dio, nell’ultimo giorno, mi condoni qualcosa, e ingigantisca (mia mamma lo farebbe) i miei meriti? 

Lo farà anche per i suoi colleghi che ora lo deridono, signora. In quel momento in cui tutti diventiamo prigionieri, sofferenti e impotenti, nell’agonia che tutti ci attende.

Le chiacchiere della buona salute restano chiacchiere, signora. Quel che conta è la prova personale, mandata a ciascuno singolarmente, come malattia, come sciagura, come agonia che è anche grazia e chiamata: «Ti ho chiamato per nome», Ego vocavi te nomine tuo. 

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Tags:
gesù cristo
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